Dalla stessa osservazione del dolore umano egli trae, nei primi tempi, la prova di una vita futura: “Tutto è o può essere contento di sè stesso, eccetto l'uomo; il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell'altre cose.„ E della gravezza di questo dolore egli chiama testimonio Dio. “Tu sapevi già tutto ab eterno„ dice al Redentore, “ma permetti alla immaginazione umana che noi ti consideriamo come più intimo testimonio delle nostre miserie. Tu hai provata questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro.... Pietà di tanti affanni, pietà di questa povera creatura tua, pietà dell'uomo infelicissimo, di quello che hai veduto, pietà del genere tuo, poichè hai voluto aver comune la stirpe con noi, esser uomo ancor tu.... Ora vo' da speme a speme, e mi scordo di te, benchè sempre deluso.... Tempo verrà ch'io, non restandomi altra luce di speranza, altro stato a cui ricorrere, porrò tutta la mia speranza nella morte, e allora ricorrerò a te. Abbi allora misericordia....„ Ed alla Madre di Dio: “È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici! È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli; ma noi pure siam piccoli, e ci riescono insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi pietà di tante miserie....„
Nutrito di cultura classica, egli è meglio di tanti altri in grado di conoscere per quali caratteri la predicazione cristiana si distingue dalle credenze pagane. “Gesù Cristo fu il primo che distintamente additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte, detrattore e persecutore di tutte le vere; quell'avversario d'ogni grandezza intrinseca e veramente propria dell'uomo; derisore d'ogni sentimento alto, se non lo crede falso, d'ogni affetto dolce, se lo crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore degl'infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo.... Negli scrittori pagani la generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo, non si trova mai considerata nè mostrata risolutamente come nemica della virtù, nè come certa corruttrice d'ogni buona indole, e d'ogni animo bene avviato. Il mondo nemico del bene, è un concetto, per quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, anche profani, tanto o poco meno sconosciuto dagli antichi.„ Di questo concetto pochi al pari di lui apprezzeranno l'esattezza; la sua propria esperienza non glie l'ha dimostrata, quando invece dell'aiuto e dei premii ai quali aveva diritto, non ha trovato altro che trascuranza e derisione?... Ma il carattere più segnalato del cristianesimo, l'idea fondamentale che lo distingue dall'idea pagana, è una sfiducia del mondo più larga, più profonda; è la disperazione di trovar mai la felicità sulla terra. E se la religione di Gesù dice che questa terra è una valle di lacrime, che i beni di questo mondo sono nulla, chi meglio del Leopardi, la cui vita è tutta una croce, potrà intenderla? Chi più totalmente di lui comprenderà questa sfiducia di poter trovare la felicità nello stato umano?... Ma la stessa enormità del dolore che gli fa intendere la verità predicata dal figlio di Dio, lo distacca ultimamente dalla fede: “S'ingannano a ogni modo coloro i quali stimano essere nata primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e dalle cose commesse contro gli Dei; ma per lo contrario non d'altronde ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.„ Il suo spirito indagatore vuol sapere il perchè del dolore. Se la vita è un circolo di creazione e distruzione continue, e se “quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi tu,„ chiede l'Islandese alla Natura, “quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose?...„ L'asiatico Pastore errante canta, rivolto alla luna:
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir della terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.