Nè scolorò le stelle umana cura.

“Imaginavi tu forse„, chiede la Natura all'Islandese, “che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me ne avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.„ E la ragione riconoscerà anche la giustezza di questo argomento; ma ne sarà forse lenito il dolore, o sarà reso più sopportabile? La ragione risponderà: “Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande istanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poichè spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non potevo sconsentirlo nè ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia?....„

Così egli dibatte il formidabile enimma; ma tutte le domande restano senza risposta, tutti i ragionamenti si spuntano contro il ferrato mistero, tutti i gridi del dolore vanamente si perdono. Aspetti la morte: egli vedrà allora la faccia della verità. Ma perchè ciò avvenga, bisogna che, dopo morto, egli pur viva d'un'altra specie di vita! E non vuole. La morte, sì; purchè sia la fine totale, il nulla. L'aspettazione della morte, dice Porfirio, “sarebbe un conforto dolcissimo nella vita nostra, piena di tanti dolori„; ma egli si duole di Platone che ha tolto da questo pensiero ogni dolcezza, anzi lo ha reso il più amaro di tutti, col dubbio terribile che la vita dell'anima continui oltre tomba. Il dubbio di questa vita avvenire turba, non conforta, la vita presente; “e non sì potendo questo dubbio in alcun modo sciorre, nè le menti nostre esserne liberate mai, tu hai recati per sempre i tuoi simili a questa condizione, che essi avranno la morte piena d'affanno e più misera che la vita.„ Dovunque è mistero e terrore. Se le mummie del Ruysch una notte si destano, se riacquistano tanto di vitalità da pensare e parlare, dicono che hanno paura della vita come, vivendo, ne avevano della morte:

Come da morte

Vivendo rifuggìa, così rifugge

Dalla fiamma vitale

Nostra ignuda natura;

Lieta no, ma sicura,

Però ch'esser beato

Nega ai mortali e nega ai morti il fato.