Se respirar ti lice
D'alcun dolor; beata
Se te d'ogni dolor morte risana.
Per adoperare questo tono, bisogna che l'illusione non sia ancora finita, che una qualche fede sussista. Se morire non è un vero bene, bisogna che il bene consista in qualche altra cosa. Non si trovò in nessun luogo, in nessun tempo, in nessun concetto; ma l'appetito della felicità non è ancora morto; si spera ancora, non si sa come, non si sa in che cosa, irragionevolmente. Perchè la ragione trionfi, bisogna dar torto all'istinto della felicità che si ribella alla morte; e riconoscere che l'istinto è un fenomeno transitorio, e che la morte è il fenomeno permanente, il vero, il solo, l'ultimo fine della vita. Poichè tutti gli altri, tutti insino ad uno, si dimostrarono fallaci, la morte sarà lo scopo reale, l'unica meta, la ragione stessa dell'esistenza. Ed il Leopardi arriva a questa conclusione logica, l'accetta pienamente quando dice che le creature “ingegnandosi, adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non s'affaticano se non per giungere a questo solo intento della natura„; quando afferma che proprio ed unico obbietto delle cose è il morire: esse anzi sono state create per essere distrutte, perchè la legge della distruzione si potesse mantenere: “non potendo morire quel che non era, perciò dal nulla scaturirono le cose che sono.„
Come parrà allora stolto e funesto lo studio di prolungare la vita! “Non solo io non mi curo dell'immortalità„, dice il Metafisico al Fisico, “e sono contento di lasciarla ai pesci; ai quali la dona il Leeuwenhoek, purchè non siano mangiati dagli uomini o dalle balene; ma, in cambio di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro corpo per allungare la vita come propone il Maupertuis, io vorrei che la potessimo accelerare in modo, che la vita nostra si riducesse alla misura di quella di alcuni insetti, chiamati efimeri, dei quali si dice che i più vecchi non passano l'età di un giorno, e contuttociò muoiono bisavoli e trisavoli„. Per un momento, non solo la vita degli efimeri, ma quella di qualunque animale gli parrà preferibile alla umana; gli animali non raggiungono la felicità, ma passano il tempo meglio di noi, unicamente occupati di ciò che loro occorre:
De' bruti
La progenie infinita, a cui pur solo,
Nè men vano che a noi, vive nel petto
Desìo d'esser beati; a quello intenta
Che a lor vita è mestier, di noi men tristo