— Grazie, non vengo.

— Perchè? Sono le nove e un quarto... non sarà neppur finita la musica, ancora... M'hanno trattenuto, cosa vuoi, c'era Sampieri che non vedevo da anni... Andiamo, via...

Con la tentazione di cedere, ma col bisogno di sostenersi, ella rispose:

— Grazie, ti lascio libero. Va' con i tuoi amici...

Egli la guardò un poco. Aspettandosi un'altra esortazione, ella si preparava a piegarsi. L'altro invece disse, duramente:

— Cos'è, una scena?

Un impeto di ribellione fu per sollevarla, ma si frenò. Con una voce piena di lacrime, disse:

— Perchè una scena?... Tu vuoi che venga a teatro; io ti ringrazio; è tardi, sono stanca... che c'è di male?

Egli non le chiese perdòno, ostentò da quella sera di non lasciarla un momento, come sacrificandosi, fin quando ella stessa non gli restituì la sua libertà, per non vedergli sempre quell'aria rannuvolata. Adesso, affittava spesso due cavalli e uno stage, e se ne andava guidando per la città e per la campagna. Qualche volta la prendeva con sè, ma ordinariamente la lasciava con la Balsamo. Certi giorni riceveva delle lettere col francobollo da cinque centesimi, delle lettere di città, che non lasciava sul tavolo come le altre — e tornava a piantarla! Adesso ella non poteva avere più dubbii. Abbandonata sopra una poltrona, fermando gli occhi sopra un punto di quel tappeto rosso e giallo il cui disegno si confondeva nell'intensità della fissazione, ella assisteva alla rovina delle sue speranze, delle sue lusinghe, col cuore stretto, vedendo buio dappertutto, nel presente, nell'avvenire. Forse egli non la tradiva, sarebbe stata una mostruosità troppo grande; ma era quello il contegno d'un marito affettuoso, in piena luna di miele? Dopo tre mesi di matrimonio!... Che cosa sarebbe dunque stato fra due anni?... Quali torti aveva verso quell'uomo perchè egli la trattasse così? Il torto di avergli creduto?... A volte, ripensando alla storia del suo fidanzamento, alle esitazioni, ai contrasti, si diceva: «La colpa è mia! Avrei dovuto comprendere che non mi amava, non avrei dovuto farmi abbagliare dall'invidia di cui ero oggetto!...» Ma se egli l'aveva domandata? V'era forza che potesse costringere un uomo a chiedere la mano d'una ragazza, a sposarla?... Perchè dunque l'aveva sposata? Perchè le aveva detto che le voleva bene?... Egli non era stato leale — e la slealtà era l'insopportabile, per lei. Adesso, le cuoceva di tacere, di non chiedergli ciò che lo attirava altrove. Ella avrebbe voluto drizzarglisi innanzi e dirgli: «Tu hai un'amante! tu mi trascuri per un'altra!...» Avrebbe voluto gridargli, quand'egli mendicava dei pretesti: «Non mentire! Io so dove vai!...» Però taceva, con la speranza d'ingannarsi, con la paura d'inasprirlo, sentendo la durezza del suo carattere dalla sua voce, dai suoi sguardi, dai suoi stessi silenzii...

Quella vita della capitale, che le era sembrata tanto attraente, finiva per tediarla: la gente che conosceva le pareva comune, volgare; ma forse non era tale l'altissima società, l'aristocrazia nera, l'entourage della Corte, la colonia straniera. Avrebbe voluto penetrare nel centro dell'élite, farne parte anch'ella: una figura secondaria non le conveniva. Suo marito era superbo, non voleva piegarsi a sollecitare delle presentazioni, dava un nome ingiurioso ai signori romani — forse perchè li invidiava... Il ballo della contessa Vannitelli, dove era stata invitata, dove era andata con un'ansia secreta, aspettandosi quasi di vedervi un altro mondo, e del quale i cronisti avevano fatto dei resoconti mirifici, le era parso una povera cosa; a Palermo c'era di meglio! Il Fanfulla aveva parlato di lei, sbagliando il colore del suo abito e chiamandola principessa di Casàura. Ella aveva protestato, sorridendo, con le sue conoscenze; in fondo, l'errore le faceva piacere.