Però la sua prima disposizione a trovare tutto più bello e più degno, era cangiata: la duchessa di Martorina le era parsa un facchino della Kalsa, con quel suo faccione lungo color mattone; la famosa Ernestina di Carpignano, che a detta dei giornali cantava così bene, un pavone crocidante; l'elegante marchese di San Fiorenzo una caricatura da Journal amusant: ed ella ne sentiva di belle, sul conto della cosidetta buona società. Nel pomeriggio, traversando il Corso in carrozza di rimessa con la Balsamo, l'amica le diceva gli scandali di cui questa o quella delle signore con cui s'incontravano era stata od era l'eroina, e la sua stupefazione non conosceva poi limiti quando l'altra le additava gli uomini per cui esse si perdevano: delle figure brutte o ridicole, certe barbe da caproni, delle esagerazioni di toletta, delle arie buffe da irresistibili...
Suo marito, adesso, la lasciava quasi ogni giorno per un'ora o due; la tristezza di lei cresceva, cresceva, come la tristezza del cielo invernale, gonfio di nubi sfilanti l'una sull'altra in processione. E come le nubi si vuotavano in pioggia lunga, interminabile, ella quasi piangeva, pensando alla sua casa lontana, al cielo ridente che aveva lasciato. Ma se non era sola, si faceva forza, ostentava una serenità che non aveva; e specialmente dinanzi ad Enrichetta si studiava di mostrarsi allegra e felice. Nella sua debolezza, l'orgoglio la sosteneva; non voleva che nessuno s'accorgesse del suo dolore, si ribellava all'idea di suscitare l'altrui compassione.
Però, malgrado quello studio, l'amica pareva accorgersi di qualche cosa, le leggeva in viso la sua tristezza. Un giorno che ella aveva gli occhi rossi di pianto contenuto, le chiese:
— Che cos'hai? Ti senti male?
— Sì, un poco... sono nervosa... questo tempo m'irrita.
L'altra scosse il capo.
— Tuo marito potrebbe lasciarti meno sola!...
Tacquero entrambe. Ella aveva la tentazione di confidarsi a lei, di chiederle consigli, comprendendo che doveva sapere qualche cosa. Ma non si decideva, non voleva arrendersi.
— La colpa, scusami, — riprese la Balsamo — è anche un po' tua. Perchè resti a Roma?... Perchè non torni a Palermo?...
— Si, hai ragione.