La sera, come Guglielmo le parlò d'una lettera d'affari che aveva ricevuta dal suo amministratore, ella disse:

— Tu vuoi restare ancora qui?...

Egli fissò un poco lo sguardo, poi rispose:

— Io non voglio nulla... faccio quel che ti piace.

— Allora torniamo a casa?

— Torniamo a casa.

Ella lasciò con un senso di sollievo e quasi di liberazione quel mondo che da lontano le era parso così bello. Aveva fretta di assaporare le soddisfazioni che la sua posizione le avrebbe procurate in un ambiente propizio, in mezzo ad una società conosciuta.

A Palermo, per la sua parentela, per la sua posizione, ella troneggiava. Erano una stazione di carrozze signorili, il martedì, le vicinanze di casa Duffredi; era una successione di visite nel suo salotto giallo, dalle tre alle sei: ella si sentiva avvolta dagli sguardi di ammirazione degli uomini, dagli sguardi d'invidia delle donne, che avevano intanto sulle labbra le frasi melliflue dell'amicizia più affettuosa. «Come stai bene, cara!... sei un amorino, oggi!... Già qualunque cosa tu metta, sei sempre un amore!... Come sei felice di avere questa bella casa, dove tutti dipendono da un tuo cenno!... Che cosa ti resta da invidiare?...» Ne conveniva anch'ella, sorridendo di compiacenza, quando Stefana, richiamata da Milazzo, la vestiva da capo a piedi, esclamando, con le mani giunte: «Come sei bella! sembri una regina!» quando il cameriere in livrea nell'anticamera s'inchinava al suo passaggio e un altro domestico le reggeva la coda dell'abito per le scale, fino alla carrozza di cui il lacchè spalancava lo sportello, col cappello in mano e gli occhi a terra; quando nell'entrare in un salotto od al teatro, o nell'attraversare le strade destava una corrente di sguardi ammiratori, un mormorio di lodi; quando presiedeva le feste che facevano accorrere nei suoi saloni tutta la Palermo ricca, nobile ed elegante. Erano dei giorni sereni, felici, sempre eguali, con suo marito che tornava ad esser buono con lei, che non le faceva mancar nulla, che pareva non pensare se non a lei. Adesso, ella dettava legge, nel circolo delle sue conoscenze; ciò che ella portava veniva copiato, i suoi consigli erano sollecitati da tutte, il soggiorno di Roma le aveva costituita un'autorità e adesso la distanza abbelliva i ricordi del suo viaggio. Ella parlava con una specie di orgoglio di ciò che aveva visto, delle conoscenze che aveva fatte, sentendo che esse le conferivano importanza, non trovando più i difetti, le ridicolaggini che l'avevano colpita nella gente di cui ora parlava con interesse, trovandoli e mettendoli in evidenza, nell'intimità, con una schiettezza di buon umore a cui nessuno resisteva.

— Come sei allegra!... Come sei spiritosa!... La felicità ti si legge negli occhi!... Tu l'hai meritata...

Quelle che un tempo avevano parlato contro di lei, la Carduri, Giovannina Leo maritata adesso con Platamone, Sara Màscali ora marchesa di Friddi, le facevano la corte, sollecitavano degli inviti: lei dimenticava il passato, le accoglieva come le buone amiche, come Bice Emanuele, come Anna Sortino, come Giulia; e un giorno rimase stordita, credendo d'aver udito male, quando, parlando appunto della Sortino, Giulia le disse: