— Sai, non c'è molto da fidarsene... non è tanto fedel quanto gagliarda... Di te, per esempio, ha detto certe cose...
— Che cose?
— Quelle che dicono le altre, le cattive: che sei superba... che vuoi schiacciar tutte noi col tuo lusso... che a lungo andare rovinerai tuo marito...
— Lei?... Lei ha detto questo?
La sua mente si smarriva, dinanzi a quella rivelazione di una perfidia che niente giustificava. Comprendeva che le antiche nemiche parlassero ancora contro di lei, malgrado, anzi a ragione del suo perdòno; ma che cosa aveva fatto a colei, per esser giudicata così? Chi aveva detto a colei di rivolgerle tante lodi melate, tante proteste di amicizia? La sincerità era dunque una cosa molto difficile?... E nei disinganni che cominciavano, ella acquistava una maggior coscienza di sè, della dirittura del suo carattere, della superiorità del suo animo. Come potevano dire che ella rovinasse suo marito, quando era egli stesso che le aveva assegnata una specie di pensione, cinquecento lire il mese, con le quali ella doveva pensare a quanto le occorreva, dalle scarpe ai cappellini, dagli spilli alle gioie? Perchè non avevano, quelle altre, la stessa abilità di lei nello spendere, nel sapersi mettere, in modo da far figurare per dieci ciò che le costava cinque? Se Guglielmo stesso era il primo a volere che ella non si facesse eclissare da nessun altra?...
La vanità era una delle molle più forti del carattere di lui; ella adesso cominciava a giudicarlo. Profondeva regalmente il suo denaro, a cavalli, a pranzi, a ricevimenti, per fare la prima figura, non ammettendo di esser soverchiato da nessuno. Quando parlava della sua casa, della sua nobiltà, era inesauribile; sapeva a memoria tutto il capitolo del Teatro genealogico di Sicilia del Mugnos, dove si discorreva della sua famiglia, Duffredi o Duffrè era una corruzione di Umfredo; sotto gli Svevi i suoi discendenti erano stati perseguitati; ma un Guglielmo, schieratosi con Carlo d'Angiò e pugnando per lui a Benevento, aveva ottenuto feudi ed onori. Col Vespro, la fortuna della famiglia fu ancora travolta; ma Federico II d'Aragona la rialzò, creando un Roberto Duffredi barone di Marzallo; i titoli di principe di Casàura e di marchese di Lojacomo erano più recenti, datando da Filippo V. I nomi ricorrenti nell'albero genealogico erano quelli di Ruggero, di Tancredi, di Roberto, di Guglielmo; egli stesso, quand'era stato in Francia, aveva fatto stampare sulle sue carte da visita: Guillaume Duffré d'Hauteville e parlava adesso di rivendicare stabilmente e legalmente il d'Altavilla come secondo cognome.
Dal suo soggiorno di Russia, aveva portata un'ammirazione sconfinata per lo Czarevitch, che era il suo modello; il taglio delle sue livree era copiato su quelle dello Czarevitch, fumava i sigari che fumava lo Czarevitch, i suoi fucili e i suoi revolver uscivano dalla stessa fabbrica che forniva lo Czarevitch; tanto che pei suoi amici era diventato un continuo soggetto di scherzo.
— Queste scarpe sono come quelle dello czarevitch?... Questi bottoni chi li porta, lo czarevitch?...
Il vecchio marchese era con lei molto affezionato: le faceva sempre dei piccoli regali, la voleva spesso con sè nel quartiere che occupava al pian terreno, per evitare le scale. Che modi da gran signore egli aveva! Appena la vedeva entrare, s'alzava a dispetto della gotta, le baciava la mano, restava ostinatamente in piedi fin quando ella non era seduta, non rimetteva il suo berretto se non dopo lunghe insistenze.
— Ma si copra, zio! prenderà un'infreddatura, altrimenti!