— Quella gente — le disse — non capisce nulla.
Guardò anche lui in giro per la campagna addormentata, alzò gli occhi alla luna e soggiunse:
— La poesia è la ragione della vita.
Ella chinò un poco il capo, vide che l'uomo divorava con lo sguardo la mano di lei. Sospirò ancora e colse da un gran vaso un ramoscello di cedronella. Ne aspirò il profumo, morsacchiò un poco le foglie; poi disse:
— Vi piace il profumo della cedronella?
— Tanto!
Gli dette un poco di quella che aveva colta. Vide che egli la portava alla bocca.
Ebbene, sì: lo aveva fatto apposta, per fare qualche cosa, per civetteria, per provare il proprio potere su quell'uomo, per assaporare la sodisfazione di ammaliarlo, persuasa alla commedia dell'amore da quella stagione dolcissima, dalla solitudine della campagna, dalla trascuranza del marito, dalla volgarità dell'ambiente. Ora le toccava restituire le visite ricevute: far toletta, uscire in calèche, per fermare dinanzi a delle case vecchie, dall'aspetto equivoco, le cui finestre si schiudevano al suo arrivo, lasciando passare delle teste curiose, come all'arrivo di un ciarlatano. E intanto che ella saliva su per le scale erte, sfossicate, alzando la veste, col pericolo di rompersi l'osso del collo, schifando di appoggiarsi alle maniglie di legno sudicio o di ferro arruginito, si udiva uno sbatter d'usci, un rispondersi di chiamate e dei guaìti di lattanti. Si presentavano le serve, esterrefatte, colle braccia nude, i capelli arruffati, le quali restavano a guardarla a bocca aperta quando ella chiedeva: «La signora riceve?...» Finalmente entrava la padrona di casa, confusissima, esclamando: «Quanto onore!... in casa nostra!... s'accomodi!...» e annodandosi poi il fazzoletto sotto il collo, una volta seduta, senza trovar più parola. Allora lei cercava di metter quella gente à son aise, parlando dei bambini, delle signorine, domandando di vederle; e a un tratto, se la madre si alzava per chiamarle, si udivano dei passi allontanarsi precipitosamente dietro l'uscio. In casa dei Cacciarame, una volta, nessuno era comparso, nè servi, nè padroni: l'uscio era aperto, ella aveva picchiato un bel pezzo, finalmente era entrata, dicendo; «È permesso?... È permesso?...» e arrivata sulla soglia d'una specie di stanza di ricevimento, aveva sorpreso un ragazzetto, coi calzoncini aperti, il busto rovesciato indietro, occupato a inaffiare il pavimento... E mentre ella ascoltava i discorsi di quelle contadine, che parlavano del bucato o della conserva di pomodoro, o dei danni che i topi facevano in cucina; intanto che girava uno sguardo per quelle stanze di ricevimento addobbate con un divano di legno risalente al principio del secolo, con due canterani su cui facevano bella mostra dodici chicchere di porcellana decorata, con delle seggiole in giro e delle stampe al muro, ella pensava alla vita dei castelli, alle villeggiature eleganti, sforzandosi di non ridere dinanzi al contrasto fra lo spettacolo reale e quello che la sua fantasia le suggeriva.
Il peggio fu quando dovette andare in casa dei Caruso, per il battesimo d'una bambina. Malgrado ella avesse messa una veste semplicissima, le buccole e i bracciali da passeggio, uomini e donne seduti in giro la divoravano cogli occhi quasi fosse una bestia rara. Non v'era spirito che bastasse a intavolare una conversazione, a darsi un contegno; nè buona volontà che potesse deciderla ad assaggiare certi dolci dipinti in verde, in rosso e in giallo, certi gelati d'un roseo chiaro come pezzi di lardo. Peggio ancora fu quando dovette andare a un festino in Badarò: l'orchestra era composta d'un flauto, d'un violino e d'un contrabasso, e gli uomini sfoggiavano delle cravatte variopinte che facevano male agli occhi. Suo marito l'aveva costretta a ballare, ed ella s'era rassegnata a farsi trascinare da quei cavalieri che evitavano di guardarla, quasi atterriti, e che pareva avessero la bocca cucita, ma che continuavano imperterriti, instancabili, quasi avessero scommesso di procurarle un capogiro. E come Sampieri le si presentò, ella prese il suo braccio, esclamando gaiamente:
— Salvatemi!