Ella sorse in piedi, pallida, fremente.

— Bada come parli.

— Parlo come si merita...

— Guglielmo, bada! È una mia amica... Bada che non tollero che tu l'insulti in mia presenza!

Egli brontolò qualche cosa, cedendo dinanzi alla minaccia. Ella s'acquetò a quella sodisfazione; non sapeva dove si sarebbe arrestata se egli avesse continuato.

Abbandonare Giulia, fare come le altre, le sarebbe parsa una indegnità, tanto più che non v'era in quel momento nulla da rimproverare nella condotta dell'amica. Un bel giorno, però, Toscano tornò a Palermo. Allora, l'accanimento contro la caduta ricominciò, più feroce. Ella raddoppiava d'attenzioni per lei. Toscano glie ne era grato, le dimostrava, in certi saluti rispettosi, in certe strette di mano, quanto apprezzava quella condotta. Egli del resto obbligava anche gli altri al rispetto; aveva provocato Platamone, che era stato uno dei più malvagi contro la caduta, gli aveva assestata una tale sciabolata sul braccio, da storpiarlo malamente. E vedendosi ossequiata da lui, ammirando il suo coraggio, la sua eleganza, la distinzione dei suoi tratti, ella pensava: «Se egli s'innamorasse di me?...» Un romanzo s'intrecciava nella sua fantasia: ella vedeva Toscano lottare tra la vecchia passione e la nuova, Giulia accorgersi di avere in lei una rivale; l'amicizia contrastare con la gelosia, l'amore col dovere, dei sacrifizii compiersi da una parte e dall'altra... Fantasie di cui sorrideva, creazioni della sua imaginazione eccitata, che non avevano nessuna base nella realtà, poichè Toscano, come diventato un altro uomo, viveva esclusivamente per Giulia, compensava coi trasporti d'una passione sempre più calda i dolori che la falsa situazione le procurava... Se l'amica sua era dunque tanto felice, voleva dire che non aveva più bisogno di lei; ma, più che questa idea, era una specie d'invidia, sottilissima ed inconfessata, che la faceva allontanare a poco a poco; una sorda gelosia, non per Toscano, che non le veniva nulla, ma per le gioie arcane di cui la vita di Giulia doveva esser fatta...

Però ella adesso vedeva dovunque delle felici. Lisa Ramondetti era amata da Vadalà: l'uno andava dove andava l'altra, e quale emozione non doveva procurare l'incontrarsi in pubblico, cerimoniosamente, con chi si aveva avuto al fianco, nella più grande delle intimità!... La Molina le faceva vedere, nel suo salottino, l'angolo in cui passava il suo tempo, circondata da tutti gli oggetti che le erano cari: un quadretto con una iniziale nera per firma, un'anfora di bronzo, un tagliacarte di filigrana d'argento, un cofanetto sempre chiuso — dei regali d'amanti! La baronessa Marcieff, una russa che svernava a Palermo, seguìta da un marito vecchio e filosofo che la lasciava libera di fare tutto quel che le piacesse, era entrata in relazione col conte Roberto di Diana: tutti lo sapevano, sapevano i loro convegni in una casa di via del Papireto, le passeggiate notturne che facevano insieme, al porto, fuori porta Vittoria. La principessa parlava dell'amante innanzi alle persone; a lei una volta aveva detto, spiegando perchè non era andata ad una festa: «Roberto non può venirci!» Una nuova conoscenza, quella di Antonietta Rossi, moglie di un capitano di vascello venuto in missione, era diventata presto intima. Era bionda come lei, ma più ben fatta, souple, élancée dall'espressione più langoureuse. Si lagnava del soggiorno di Palermo, della lontananza dal proprio paese. Quando ella le proponeva di andare insieme in qualche posto, di far toletta, rispondeva:

— E perchè poi?... Son cose di cui vale la pena quando c'è un interesse, uno scopo...

Più tardi, con la confidenza cresciuta, aveva spiegato meglio:

— Quando si deve piacere a qualcuno, quando si va ad incontrare l'amante... Per chi vuoi che mi vesta?... Tu, sì...