— È felice?
Ella rispose, vagamente:
— Sì...
Sopravvenne Guglielmo; i due amici andarono via. Ella restò inchiodata sulla sua poltroncina, con le mani inerti, la testa bassa. Come per un sasso caduto in mezzo ad acque stagnanti, un'agitazione si diffondeva nel suo pensiero, ne guadagnava a ondate le pieghe meglio riposte... Luigi, l'antico amore, i giorni lontani di Milazzo, il presente così diverso dell'avvenire sognato, la fatalità che le rimetteva ora dinanzi quell'uomo, ciò che sarebbe accaduto fra loro prolungandosi il soggiorno di lui... Pensava ancora quand'egli tornò insieme con suo marito. Il desinare fu gaio, Guglielmo era di buon umore, parlava continuamente con l'amico, che però si rivolgeva quasi sempre a lei, dicendole delle cose gentili, approvando ciò che ella diceva. Quando passarono nel salotto, Guglielmo li lasciò un poco soli.
Accardi rammentò alcune scene di Milazzo, la rappresentazione, la seduta fotografica, insistendo sulla parte che vi aveva presa lei stessa; ed ella credeva di leggere delle allusioni al loro passato, imaginava che egli non avesse potuto dimenticarlo. L'altro parlava ancora, la faceva ridere al ricordo di certi incidenti comici, quando suo marito tornò per condurlo via.
Venne a trovarla due giorni dopo; ella era sola.
— Partirò presto... — annunziò, con una sfumatura di tristezza nell'accento, dopo averle parlato di cose indifferenti.
Ella disse, con un falso sorriso, per provocarlo:
— Non la tratteniamo... L'aspetteranno!
— S'inganna!... Nessuno m'aspetta... come nessuno m'ha aspettato.