— Oh!
Ella si ritrasse, lentamente, barcollando, cercando un appoggio con una mano, portandosi l'altra alla tempia. I polsi le battevano con violenza, un velo avvolgeva tutte le cose; ella s'aggirava per la sua camera automaticamente, non sapendo quel che facesse. A un tratto gridò, buttando indietro il capo, stendendo minacciosamente il braccio, increspando le narici:
— Lo farò, sai!... lo farò!...
L'abbattimento soprovveniva, tanto più profondo quanto più forte era stata l'esaltazione. Ella sentiva a un tratto che quei propositi di vendetta erano vani, perchè ella non avrebbe saputo come fare, perchè le repugnava darsi a qualcuno, così, freddamente, senza amore... Dei lunghi giorni passavano, durante i quali ella non vedeva più suo marito altro che a pranzo, dinanzi alle persone, scambiando con lui una dozzina di sillabe. Chiusa nelle sue stanze, delle fantasmagorie le sfilavano dinanzi: rievocava tutta la sua vita passata, e pensando alla storia del suo matrimonio, un pentimento smanioso la rodeva: come era caduta nello stesso errore di sua madre! Perchè non s'era ribellata in tempo? Cento volte, la condotta di quell'uomo glie ne aveva data l'occasione: una sola parola sarebbe bastata a salvarla! Che fatalità! E non potere distruggerla più! Doverne subire eternamente il peso!... Se avesse saputo evitarla, come la sua vita sarebbe stata diversa! Enrico Sartana l'avrebbe fatta felice: perchè non lo aveva aspettato? Si accusava, riconosceva che la colpa era stata sua! E si metteva a pensare a lui, assiduamente. La ricordava ancora? Si sarebbero incontrati mai?... Adesso egli viveva a Napoli, e la notizia del suo matrimonio corse un giorno per tutta Palermo: sposava un'ereditiera, la duchessa di Santorsola. Allora, anche quel ricordo andò svanendo: le restavano solo gl'inutili pentimenti, le dolorose imaginazioni della felicità che altrimenti le sarebbe toccata, le vane aspettazioni d'un compenso al quale sentiva di avere diritto. Disperando di ottenerlo, si proponeva di rinunziare al mondo, di ritirarsi in campagna, di darsi tutta all'educazione di suo figlio. Se lo faceva recare vicino, trovandolo un amore, compiacendosi del suo precoce sviluppo; però il bambino non restava volentieri con lei, o aveva delle voglie insaziabili, o metteva tutto sossopra. Ella tentava di riafferrarsi alla vita esteriore, ma la vuotaggine delle conversazioni, la grettezza dei giudizii e dei pregiudizii finivano di disgustarla. La provincia non era fatta per lei, e il rancore contro suo marito cresceva, poichè egli non aveva neppure mantenuto la promessa di stabilirsi a Roma, di passarvi almeno gl'inverni. Ma avrebbe preferito farsi tagliare la lingua piuttosto che dovergli qualche cosa, e precipitando in una sfiducia infinita, s'appartava, usciva di rado, faceva poche visite. Durante una di queste, dalla marchesa di Carini, le presentarono un forestiere: il conte Aldobrandi. Non era giovane, ma ella non aveva ancora l'idea d'una distinzione come la sua: se invece d'essere innanzi a due piccole provinciali si fosse trovato in cospetto di due regine, non avrebbe potuto contenersi altrimenti.
— Ha detto, Aldobrandi? — chiese alla marchesa, quando egli si fu congedato.
— Sì, gli Aldobrandi di Firenze, sa bene...
— E cosa viene a far qui?
— Cerca casa; precede sua moglie che viene da noi per salute.
— Ah! è ammogliato?
Non lo avrebbe supposto. Rivedendolo una sera a teatro, notò che egli la guardava con insistenza. Era già legato con suo marito, venne a trovarla nel palco. Ella ne provò un'intima sodisfazione. Tutti gli occhi del pubblico elegante erano su di lui; le piaceva mostrare che ella riceveva fra le prime i suoi omaggi; e riprendendo a un tratto la padronanza di sè, cominciò a sfoggiare tutto il suo spirito, la sua seduzione. Egli era stato nella diplomazia, parlava del suo soggiorno di Madrid e di Bucarest; un poco del fascino regale gli si era attaccato. Venne a trovarla a casa; per istrada, al passeggio, la seguiva in carrozza, la salutava tre, quattro volte, voltandosi sempre a guardarla.