Ella pensava: «Ci siamo! Mi fa la corte!» Gli dava un po' retta, lo guardava a sua volta, lusingata che un uomo suo pari, nella cui memoria doveva esserci un harem, notasse una provinciale come lei. Però, non ammetteva che egli potesse essere pericoloso: le piaceva fisicamente, lo trovava d'uno chic supremo; poi pensava che aveva moglie, che doveva avvicinarsi alla cinquantina, e non ammetteva che potesse esservi nulla fra loro.
Il conte tornava a trovarla, le dimostrava in ogni occasione la propria preferenza, la ubbriacava di lodi, le diceva che il suo salotto era il più attraente di Palermo, che ella era la dama più elegante e spiritosa di Sicilia.
— Via, non m'aduli!... — fingeva ella di protestare, sorridendo — Lei non le conosce tutte...
— Crede dunque che ci sia bisogno di conoscere le persone per giudicarle? Non basta vederle? Non vi è un'impronta, una linea, qualche cosa che rivela, da mille miglia, la grazia, l'intelligenza, tutti gl'istinti più alti e più nobili?
Ed accompagnava le parole con un lungo sguardo scrutatore, che diceva: «Quest'impronta, questa linea, questo qualche cosa lo vedo in voi, nei vostri gesti, nel vostro abito, nel vostro corpo...»
Ma ella scrollava il capo, ribattendo:
— L'argomento è abile... fa onore al suo talento di diplomatico...
— Questo vorrebbe dire che io fingo?
— Che grossa parola! Non fingere, ma... dare a intendere... Quistione di sinonimi!...
— Dunque non mi crede?... E se io le dicessi che appena l'ho vista?...