E intanto che la carrozza discendeva pei viali serpeggianti, che correva per le vie della città, ella si ripeteva ancora, imaginando l'intimità suprema con quell'uomo: «Se fosse?... se fosse?...»
Ora, l'imagine del principe si scoloriva, si eclissava dietro a quella di lui: ella pensava che non avrebbe trovato mai uno più degno dell'amor suo. Ma perchè non le diceva ancora nulla? La seguiva da per tutto, si trovava spesso sul suo passaggio, veniva ancora a trovarla lassù al Pincio, alla stessa ora dell'altra volta, come si fossero dato tacitamente un convegno; ma le parole di lui non esprimevano nulla più d'un'ammirazione rispettosa. Se egli non l'amava? Se era pieno della sua morta? Se aveva giurato di rimaner fedele al ricordo di lei?... Ella lo imaginava dibattersi tra l'antico e il nuovo amore, pensava che il culto delle memorie potesse trionfare in un'anima come la sua; poi scuoteva il capo, si diceva scetticamente: «Questo avviene nei romanzi!...» Ma, a tale persuasione in cui riconosceva il frutto della trista scuola per la quale era passata, uno scontento di sè la prendeva; ella protestava in nome dell'ideale, della poesia, in nome dello stesso sentimento dolce, delicato, che quell'uomo le ispirava... Ebbene, se egli soffriva ancora per la perdita amara, se ricordava sempre la povera morta, ella avrebbe agognato di ricevere le sue confidenze, d'esser per lui una consolatrice, un'amica del cuore, una sorella. Un affetto puro, un sentimento disinteressato, nascosto a tutti, gelosamente preservato dalle cadute fatali, non era quel che conveniva ad entrambi?...
Delle volte, egli era un poco più ardito del consueto, la guardava insistentemente, come sul punto di confessarle qualche cosa; poi tornava alla discretezza timida di prima. Per alcuni giorni non si fece vedere: ella non l'incontrò in nessun posto. Allora, ad un tratto, all'irrequietezza sorta in lei, ella si confessava la verità che aveva cercato nascondersi. Ella lo amava d'amore! Aveva bisogno di lui, di udir la sua voce, di vedere la sua figura, di ricevere i suoi omaggi! Non sapeva che pensare, si domandava se gli aveva fatto qualche cosa perchè la trascurasse così. Temeva che fosse ammalato, che fosse andato via; ma non osava chieder di lui per paura che la gente le leggesse in viso il suo secreto. Erano passate due settimane; ella cominciava a smaniare. E come un giorno udì discorrere d'un'interpellanza interessante che doveva svolgersi alla Camera, decise di recarvisi.
La Mazzarini le propose di andare insieme, nelle tribune della Presidenza. Il segretario di Sua Eccellenza le accompagnava; però, appena entrate, dei deputati vennero ad ossequiare la moglie del ministro, offrendosi di guidarla.
— Tu non hai visto ancora Montecitorio? — chiese la Mazzarini.
E cominciò a farla girare per le sale. Dai divani sui quali stavano sdraiati, degli onorevoli si levavano, al passaggio delle signore. Ella credeva di vedere Arconti da un momento all'altro; pensava: «Qui vive una parte della sua vita!...» ma egli non compariva. Le sale di conversazione, di lettura, il gabinetto della presidenza, la biblioteca.... l'amica non le risparmiava nulla ed ella cominciava ad essere stanca ed impaziente. L'aria calda, il leggiero tanfo di fumo e di stoffe polverose le davano fastidio. Finalmente, attraversato uno stretto corridoio, si trovò nella tribuna.
L'aula era spopolata, semi-buia in quella grigia giornata di febbraio. Un nuovo disinganno: per la distanza, ella non discerneva le fisonomie.
— Chi c'è? — chiese la Mazzarini, guardando in giro con l'occhialino.
Il segretario nominò alcune notabilità, cominciando dalla destra; poi disse:
— Ecco l'onorevole Arconti.