— Ma non si viene a Corte in un simile accoutrement, non trovi?
A un tratto, entrò la regina: un fruscio di stoffe, il triplice inchino. Ella divorava cogli occhi la figura della sovrana, ne afferrava tutt'insieme la toletta e la fisonomia, l'incesso e l'espressione, liberata assolutamente dalla soggezione che l'aveva tenuta sin lì. Sua Maestà, salutando in giro le dame, arrivò fino a lei.
— La signora Duffredi.
— Dei Duffredi di Sicilia?
— Maestà sì. Sono anzi i soli....
— No, no: ve n'è degli altri, a Venezia. Non lo sapeva? E però un'altra famiglia. La loro discende da casa d'Altavilla, non è vero?
— Si, Maestà....
Con un sorriso, passò oltre.
— Che bella toletta!... — osservò piano la Mazzarini.
La sovrana parlava adesso con vivacità, in mezzo a un gruppo di dame con le quali era intima; poi si rivolgeva affabilmente ora all'una ora all'altra delle nuove presentate. Il discorso, dalle notizie d'Oriente, passava alla letteratura slava; Sua Maestà citava la leggenda di Marco Kraljevich e, nominato il Karageorgevitch, si volse a lei, dicendo scherzosamente: