Aveva parlato piano, lentamente, con un fervore contenuto, con uno struggimento nella voce e nello sguardo.
Ella ansimava un poco, col cuore che precipitava i suoi battiti. Disse, socchiudendo gli occhi, contraendo quasi dolorosamente le labbra.
— Per pietà.... non aggiunga altro....
— No; bisogna che m'oda.
Dei «bene», dei «bravo» si levarono intorno. Egli riprese rapidamente:
— Ho creduto di morire, non osavo parlare, pensavo che mai le mie parole avrebbero potuto salire fino a lei....
Delle persone si avvicinarono; ella ingiunse:
— Taccia; ci ascoltano....
Ora non comprendeva quel che si diceva intorno a lei; si mise a parlare senza pensare quel che diceva, col viso in fiamme, un tumulto nell'anima, gli occhi attratti dagli sguardi di Arconti che martoriava un guanto. Avrebbe voluto dirgli: «Non insista, io non posso ascoltarla, si scordi di me....» Ma quelle parole non l'avrebbero tradita, dimostrando la sua esitazione? Bisognava essere più dura, più recisa. Come, se ella lo amava?...
Egli pareva in preda a una nervosità irritata, sempre crescente a misura che il tempo passava senza che ella restasse un momento sola. Della gente cominciava ad andar via, suo marito arrivò. L'altro era scomparso; e un pentimento la prese: era stata troppo severa, lo aveva offeso, egli la fuggiva!... Nell'anticamera, se lo vide dinanzi. Aiutandola a mettersi il mantello, le disse rapidamente, con una supplicazione tenera: