IX.
La benda le cadde dagli occhi quando quell'uomo partì. Fra loro due, nulla v'era più di comune, ciascuno avrebbe proseguito per la propria via; egli contava soltanto una pagina di più nel suo album. Ella non aveva sospettata l'umiliazione che trovava adesso in quest'idea. Apprezzava troppo tardi l'abbassamento che v'era nei legami di quel genere, sciolti appena stretti. L'amore riscattava le colpe, ma bisognava credere in esso, nella sua forza, nella sua eternità. Avrebbe voluto riprendersi, negare contro ogni testimonianza quel che era avvenuto. Sola, fuor della vista di tutti, si nascondeva il viso tra le palme, scuoteva il capo come in cerca d'aria, mormorava: «Che ho fatto!... Che ho fatto!...» E come arrivavano delle lettere di Paolo, ella si gettava su di esse.
L'assente scriveva: «In nome di Dio, per l'amore che ti porto, per la felicità che m'hai data, scrivimi, rispondimi, dimmi che hai. Se non vuoi che io faccia una pazzia, se hai cara la vita d'un uomo, mandami un rigo, una parola, fammi scrivere da qualcuno se non puoi tu stessa, spiegami questo eterno silenzio, toglimi a una disperazione mortale. Guarda, la mia mano trema, l'occhio mi si appanna, ogni forza mi abbandona. Per pietà, rispondimi, per pietà...» Il foglio le cascava dalle mani, le braccia le pendevano, inerti, intanto che con lo sguardo inchiodato a terra, si ripeteva: «Che ho fatto, mio Dio! Che ho fatto!...» La nuova colpa era senza scusa, la macchia incancellabile! Mentre quell'uomo che l'amava giurava su di lei, mentre le teneva tutti i giorni il linguaggio d'una passione sempre più divampante, ella lo aveva tradito! E adesso bisognava mentirgli!
Quando si mise al tavolo, non sapeva che cosa gli avrebbe detto. Scritta la prima parola, la lettera fu compita d'un sol tratto.
«Perdonami! Sono stata male, molto male, ho creduto di morire! Anche ora che ti scrivo, non sono sicura di me stessa, delle mie idee, dei miei ricordi: ho un gran vuoto nero nel cervello. Comprendo nettamente una sola cosa: che fui sul punto di perderti, di lasciarti!... Sai tu che cosa vuol dir questo?... O Paolo, io misuro adesso tutta la forza dell'amore che nutro per te; di questo grande, unico amore che è la forza della mia vita. Io ritorno ad esser tua, solamente e per sempre tua! Io ringrazio il Signore che mi ha ridonata a te...»
Delle lacrime le rigavano le guancie, intanto che scriveva quelle cose. Le pareva di non aver mentito del tutto, di avere in certo modo confessato l'errore. Egli rispondeva benedicendo un male al quale doveva quella confessione: «Tu non mi hai scritto mai nulla di così innamorato! io non ho mai letto così a fondo nel tuo cuore! Che importa il male e la morte! Se tu fossi morta, sarei morto anch'io! Ma vedi bene che tu non puoi morire: mi ami troppo!... Qui, sul mio petto: ch'io ti difenda col mio corpo, ch'io ti sorregga con le mie braccia, e sfideremo gli uomini e il tempo ed il mondo!...»
«Sì, sì...» rispondeva ella, col cuore traboccante di tenerezza e di gratitudine per quel culto di cui era l'oggetto non più degno; «sì, con te, al tuo fianco, lontano da questo mondo tristo, per vivere finalmente come l'anima anela...» Mano mano che scriveva, la sua esaltazione cresceva, ella s'ubbriacava delle sue stesse parole. Sentiva di non aver mai amato come adesso quell'uomo, neppure quando gli si era data; per riabilitarsi ai proprii occhi, per non credersi accessibile ai capricci fugaci ed indegni, si attaccava a quell'amore, lo ingigantiva, ne faceva la ragione della sua vita, lo esprimeva con parole infuocate che facevano scrivere a Paolo: «Che lettere! Che lettere! Quand'io le divoro, il cuore mi batte così forte come se stesse per schiantarsi... Corro alla Posta un'ora prima che aprano, mi torco le mani per resistere alla tentazione di avventarmi contro le grate, di scuoterle, di abbatterle, di ghermire il mio bene e di fuggire come un malfattore e come un pazzo. Tutti mi leggono in volto il mio delirio; gli occhi mi si gonfiano, le labbra mi tremano, vorrei piangere, vorrei cantare...»
Che cosa sarebbe stata la vita con lui? I miraggi della fantasia acquistavano nuova seduzione, dinanzi alla tristezza della realtà. Il dissesto finanziario di suo marito, del quale ella aveva avuto appena un sospetto, era in brevissimo tempo talmente cresciuto, che tutti adesso lo sapevano. Arrivavano dei protesti, delle citazioni; Guglielmo aveva delle lunghe conferenze col notaio e cogli avvocati, ed a lei non diceva mai nulla.
— Non mi seccare anche te! — rispondeva quando ella gli parlava di affari. — Ti manca nulla? Hai le tue vesti, il tuo servizio? Non t'occupare d'altro...
E sempre quel disprezzo, sempre quel lusso buttatole in faccia come un'elemosina, per toglierle il diritto di occuparsi del resto!