Poi, intrecciandogli le mani dietro il collo, posandogli il capo sul petto, chiudendo gli occhi, mormorava:

— Portami via!... Andiamo via, per sempre...

— Sì, ora, sull'istante...

Delle ore che volavano come in sogno, un delirio d'amore rotto da fremiti d'ambascia senza nome, la visione della morte in mezzo all'irrompere della passione. Se suo marito fosse sopravvenuto! se l'avesse scorta intanto che riguadagnava la sua camera!... Però ricominciava, impavida, sorridendo all'idea di morire con Paolo:

— Morire insieme, nello stesso punto, stretti così!..

E vederlo il giorno, dinanzi alle persone; sentirsi trattata come un'amica, con un rispetto devoto, mentre gli leggeva negli occhi le parole secrete: un altro raffinamento di gioia, un'altra specie di voluttà. Suo marito non vedeva nulla o non si curava di nulla; allora l'ardimento di lei cresceva: una notte aspettò Paolo nella propria camera, accanto a quella che Guglielmo lasciava deserta. Tragica, muta, gli si abbandonava sul petto, s'avvinghiava a lui, con tutte le fibre corse da un brivido, coi capelli drizzati in capo come da un soffio. Egli veniva senz'armi, suo marito avrebbe potuto ammazzarlo... Ah, se avesse fatto questo, se avesse fatto questo!... Ella avrebbe negato dinanzi ai giudici, avrebbe negato anche fra gli spasimi della tortura, perchè l'assassino non andasse impunito!... Nella tensione dolorosa del suo spirito, ella era continuamente in attesa d'una catastrofe, ne imaginava lo scoppio, si chiedeva: «Sarà per oggi?...» Ogni occupazione le era insoffribile, nessuna distrazione aveva presa su di lei, non si fidava di leggere una pagina, nessuna finzione le pareva eguagliare la realtà dalla quale era stretta. Un succedersi di emozioni formidabili, che la maturavano, che le rivelavano la vita come per la prima volta, durante le quali ella sentiva che il suo destino si veniva compiendo...

Nelle ore di solitudine, ella esauriva la sua imaginazione cercando di intravederlo. Sarebbe fuggita di casa, con lui, alla luce del giorno? Suo marito, piuttosto, avrebbe finito per lasciarla; allora ella sarebbe stata libera senza suscitare uno scandalo! Altre volte pensava che i due uomini potevan divenire intimi, che Paolo poteva restarle sempre accanto con la tacita connivenza di suo marito. Ma qualcosa si ribellava in lei a questa ipotesi: ella non si sarebbe mai adattata all'ipocrisia di una tale situazione. Sentiva il bisogno di qualche cosa di nobile e di meritorio nella stessa colpa; voleva sfidar dei pericoli, compiere dei sacrifizii. E la romantica idea della fuga tornava ad occuparla; ella si vedeva già partita, arrivata in una terra lontana, non sapeva quale, ma dove la sua vita sarebbe trascorsa come ella sognava.

La sua fantasia si mise a lavorare ancora più intensamente il giorno che Paolo, cedendo a malincuore ai suoi prudenti consigli, si decise a precederla di poco alla capitale. Vedendosi sola, condannata nuovamente all'esistenza monotona d'un tempo, con la mente esaltata dai recenti ricordi, ella si diceva che oramai quell'amore era tutto il suo bene al mondo. La sommessione devota di Paolo, il suo dolore nel lasciarla, la fede cieca che aveva posto in lei, acuivano i suoi rimorsi; allora, riconosceva la necessità di dare a quell'uomo una prova della sua passione. Quando la comitiva raccolta nell'albergo faceva delle escursioni, delle divertite, ella rifiutava di prendervi parte, si chiudeva in camera, scriveva a Paolo delle lettere di due fogli per dirgli tutta l'impazienza che aveva di raggiungerlo. Un giorno, improvvisamente dopo colezione, suo marito annunziò che bisognava tornare a Palermo.

Ella non disse nulla, non chiese il motivo di quella decisione, non cercò di combatterla. Andò a guardare il suo orologio: erano le due. Aveva il tempo di prendere il diretto. Cavò dalla cassa un abito da viaggio, dalla scatola un cappello, e mise tutto sul letto. Fu sul punto di chiamare Stefana; poi pensò che era meglio aspettare d'esser vestita. Come cercò di slacciare la sua veste da camera, un tremore la invase. Si fermò un poco, ma fu costretta a sedersi. Allora si disse, piano ma sdegnosamente: «Vigliacca!... Vigliacca!...»

Tutte le difficoltà materiali di quel passo le sorgevano improvvisamente dinanzi; provava la vertigine dell'ignoto e dell'imprevisto, udiva il clamore dello scandalo. Vedeva la stazione popolata di gente che la conosceva, si sentiva inseguita e raggiunta, pensava che Paolo poteva non essere a Roma. Non aveva denari, non voleva chiederne a suo marito. E con le labbra contorte da un amaro disprezzo, si ripeteva: «Vigliacca!... Vigliacca!...»