La donna, esterrefatta, congiunse le mani,
— Non dirmi nulla, o ti strozzo!... Lo scialle...
Degli scoppii di tosse nervosa le laceravano la gola; le mani tremanti non riuscivano ad agganciare la veste. Rapidamente, a testa alta, guardando dritto dinanzi a sè, seguita dalla donna che mormorava: «Vergine santa!... Vergine santa!...» attraversò la casa senza incontrar nessuno, scese le scale, uscì nella via.
Come sua zia se la vide dinanzi, pallida e sconvolta, esclamò:
— È finita?... Sia come vuol Dio!...
Nessuno chiuse occhio, quella notte. Aggirandosi irrequieta per le stanze, stordita dalla sua risoluzione, ma come liberata da un'enorme gravezza, ella non udiva i discorsi della zia, che le dava dei consigli, che tentava ancora di persuaderla a tornare con suo marito se, ravveduto, egli avrebbe promesso formalmente di mutare condotta. Lo zio, fatto un dispaccio al nonno, uscì in cerca di Duffredi; tornò a riferire che egli era contento di quella soluzione. Però anche lui diceva di aspettare il pentimento, contava sugli imbarazzi finanziarii, sull'influenza che avrebbe potuto spiegare l'intervento del nonno.
La notizia s'era propagata in un lampo; il domani, delle persone venivano a trovarla: ad una voce, le davano ragione: aveva veramente sofferto abbastanza con quell'uomo, era stata troppo buona a sopportarla tanto... Egli si meritava quella lezione; ma si sarebbe certamente pentito, sarebbe venuto a scongiurarla di tornare a casa sua.
Ella lasciava dire, cogli occhi ardenti, col corpo indolenzito da una interminabile notte di veglia. Stefana aveva già consegnato al telegrafo il dispaccio diretto ad Arconti: «Je suis libre. Attendez-moi dans quelques jours. N'écrivez pas.»