E l'amato diceva:

— Se potessero sapere quanto siamo felici, morirebbero tutti d'invidia!

Lasciavano i loro nomi accoppiati sul registro d'una pinacoteca, sulla torre d'un campanile, sui libri d'una sala di lettura; e una sottile malinconia le velava lo sguardo nel punto di lasciare un luogo dove s'erano amati.

— Chi verrà ancora qui, le primavere future?

— Vi torneremo noi stessi; di persona o con lo spirito, che importa?... Qualche cosa del nostro spirito non vi resta, non vi aleggerà sempre?... Noi vi ritroveremo tutte le nostre carezze, tutti i nostri baci...

Ogni sua parola era una delicatezza, un conforto. Egli non parlava che per dirle delle cose care, non aveva volontà che non fosse quella di lei, non faceva nulla che non fosse una prova d'amore. Per cancellare del tutto il ricordo del suo passato, per dimostrare che v'era in lei come una donna nuova, unicamente nata per lui, le aveva dato un nuovo nome, un vezzeggiativo creato apposta: Rina, col quale la chiamava sempre; e trovava per le sue bellezze delle espressioni care e poetiche: la sua chioma era il «Mantello d'oro», un piccolo grain de beauté che aveva sull'omero sinistro il «Nido dei Baci.»

Ella si sentiva circondata da un affetto così vigile, da una devozione così previdente, da una cura così instancabile, che un sentimento d'orgoglio si mescolava alla sua gratitudine. Ella aveva degli atteggiamenti d'idolo, aspirava la lode come un incenso, non si stancava di ascoltarlo. Alcune sere, invece di andar fuori, a teatro, a passeggio, gli si metteva a fianco, gli diceva:

— Restiamo qui... sto bene accanto a te!... — E appoggiando il capo sulla sua spalla, chiedeva: — Dimmi chi sono.

— L'amor mio grande, immenso, smisurato, pazzo, superbo!

Ella sorrideva di benigna indulgenza all'esagerazione delle sue parole.