Allora esigeva che egli le raccontasse la storia del suo fidanzamento, una storia triste, che egli riferiva a bassa voce: l'agonia della povera creatura che si era afferrata a lui come alla vita, lo strazio di non poter nulla contro la fatalità del male, di sentirle dire: «Fra un mese, fra una settimana, io sarò morta... tu mi piangerai, non è vero?...»

Piangeva ella stessa, nell'ascoltarlo; la voce dell'amato tremava un poco, ma i suoi occhi erano secchi.

— Neppur tu devi esser gelosa di quella povera morta...

— Ebbene: non sono gelosa. Tu mi conoscevi forse, allora?

— Non è vero?

— Sì, sì; sono ragionevole, vedi!

Però come il termine di quel viaggio si avvicinava, la sua malinconia cresceva. Forse era il pensiero che non avrebbero potuto più fare la stessa vita, che le convenienze sociali li avrebbero costretti a riguardi continui.

— Se tu vuoi — gli proponeva — andiamo a stabilirci in un angolo ignorato del mondo, in un paesuccio di campagna, dove nessuno ci conosca, dove saremo liberi di fare quel che ci piacerà...

— Sarebbe l'ideale ottenuto... Ma io non ho il diritto di seppellirti viva...

— Oh, per me!... È piuttosto che tu stesso hai dei doveri, il tuo avvenire da assicurarti... Tu sei fatto per salire ai primissimi posti, per conquistare il potere! Sarebbe il rimorso di tutta la mia vita, impedirti di proseguire in una via dove t'aspetta il trionfo...