E la notte, all'uscir dal teatro, com'egli l'accompagnava, giravano lungamente in carrozza per le vie deserte, stretti l'uno all'altra, dicendosi piano il bene che si volevano, rinnovandosi i loro giuramenti dinanzi alle stelle.

— Se ci vedessero così?... Ci vedano pure! Essi non sapranno mai il bene che ti voglio!

Facevano delle scappate anche di giorno, andavano spesso per la campagna romana, sulla via Appia, a Ponte Molle: dei squadroni di cavalleria facevano esercitazioni, gli ufficiali cercavano di guardare dentro alla carrozza; ella gli diceva:

— Parlami!... ripetimi qui, dinanzi a questa natura, ciò che provi per me...

Un giorno nuvoloso, che minacciava pioggia, andarono a Villa Borghese: come i viali erano deserti, ella abbassò un vetro dello sportello. A un tratto, s'udì uno scalpitar di cavalli, un'altra carrozza s'incrociò con la loro: era il re, che si sporse un poco a guardare e, prima ancora che Paolo districasse il braccio passato dietro la vita di lei, si cavò il cappello, con un breve sorriso di compiacente intelligenza, quasi a dire: «I miei complimenti!...»

Ella arrossì tutta, chiedendo:

— Ti ha riconosciuto?

— Hai visto bene...

Tutto questo non faceva all'amato il piacere che procurava a lei stessa; ma egli s'arrendeva sempre alle sue volontà.

Andavano insieme a Tivoli, a Frascati; ella realizzava ad una ad una le fantasie di cui si era nutrita; si diceva di tanto in tanto, stupita della rivoluzione operatasi nella sua vita: «Sono proprio io che fo questo?...» La felicità di cui si sentiva piena faceva rifiorire la sua persona; ella non era mai stata così bella, si trovava un'aria più provocante, come tutti le affermavano. Ella sorrideva ai complimenti degli uomini, li riferiva a Paolo, gli diceva, buttandogli le braccia al collo: