— Tu non sei geloso?... Se sapessi che effetto mi fanno! Tutti mi sembrano vuoti, stupidi, insignificanti, meschini, dinanzi a te!
Come i lavori parlamentari ricominciarono, ella lo costrinse a prendervi parte assiduamente; andava ella stessa alla Camera, voleva che egli parlasse per lei sola, ritagliava dai giornali i resoconti dei suoi discorsi. Per lei, egli era un po' troppo liberale e democratico, accarezzava troppo l'ideale dell'eguaglianza umana che le pareva impossibile; e il suo secreto desiderio era di convertirlo, di ottenere quest'altra prova del proprio potere. Paolo non esaltava il suo ingegno? non s'arrendeva spesso ai suoi giudizii? non sollecitava i suoi consigli? Certe volte ella pensava di avere un salone politico, come ve n'erano a Parigi, per contribuire alla fortuna dell'amato; poi si diceva che questo conveniva alle donne sul tramonto, a quelle che perdevano o non avevano mai avute altre attrative: ella era giovane, piacente, capiva poco di politica. Quando chiedeva a Paolo di che cosa s'era occupato, quali affari studiava, cominciava ad ascoltarlo attentamente, approvando, chiedendo spiegazioni; alla lunga, finiva per batter le ciglia, per reprimere dei piccoli sbadigli; allora poggiava il capo sui ginocchi di lui, interrompendolo:
— Dimmi tante cose!... delle cose care, come tu solo sai dirne...
Egli le ripeteva che era l'amor suo grande, il suo orgoglio, il suo sorriso, la sua vita, che avrebbe voluto metterle ai piedi l'universo, immolarle l'umanità; che era un sacrilegio distogliere un'ora sola dall'amore, che voleva rinunziare a quella miserabile politica, vivere unicamente, interamente per lei. Ella, socchiudeva gli occhi ridenti, dilatava le narici, aspirando la lode, imbevendosene tutta; l'altro insisteva:
— Mi dimetterò, non m'occuperò più di nulla; se v'è qualcuno che crede al mio ingegno, al mio avvenire, voglio che dica: «È stato l'amore di lei che l'ha esaurito...»
— No!... No!... Tu non pensi a me, dunque? al dolore che mi daresti?... No, non lo farai! Rina tua non vuole!... Tu non sai che i tuoi trionfi sono i miei, che io fremo d'orgoglio quando la tua parola è soffocata da uno scoppio d'applausi?...
Ella s'infervorava, quantunque egli non insistesse; si faceva promettere obbedienza, ma per compenso voleva che le scrivesse ogni giorno. Ella stessa gli rispondeva assiduamente, dicendogli: «Noi dobbiamo fare oramai una sola vita: io voglio dividere i tuoi lavori, i tuoi piaceri, i tuoi pensieri d'ogni momento. Se tu dovessi soffrire, io soffrirei per te, più di te!...» Si faceva leggere le sue relazioni, voleva essere informata degli umori della Camera, delle probabilità di crise; gli diceva: «Che festa sarà per noi il giorno che salirai al potere!» Montecitorio non la divertiva molto; pure vi tornava più spesso, cercando l'emozione del mistero, del pericolo arditamente sfidato; sedotta all'idea del dominio esercitato su quell'uomo. Un giorno, vestita di nero, con una veletta spessa sul viso, andò all'ufficio di via della Missione, domandò dell'onorevole Arconti, scrivendo il suo nome sulla scheda presentatale da un usciere. V'erano dei contadini, dei provinciali, dei sollecitatori d'ogni genere, ai quali i deputati facevano rispondere che avevan da fare. Ella restava in piedi guardando intorno, temendo di toccare qualche cosa di poco pulito, quando Paolo comparve e le si accostò in un angolo.
— Tu qui!... Che imprudenza!
— Mi rimproveri?... Avevo bisogno di vederti, volevo dirti... — Come della gente poteva udire, ella s'interruppe per riprendere a voce più forte: — Una seduta interessante?
— Tutt'altro...