Fu un urto in pieno petto. Ella guardò quell'uomo che si stropicciava le mani evitando di guardarla, e ad un tratto sentì che non v'era fra loro più nulla di comune, che un abisso si sprofondava tra loro, abbattendo, travolgendo, inghiottendo ogni cosa. E la sua propria voce, nel silenzio gelido che s'era fatto, la stupiva, la impauriva:
— Hai dimenticato?... neppure il ricordo?... Allora, tutto quello che mi dicevi?...
Egli s'alzò in piedi, facendo per dire qualche cosa. Col petto affondato, il capo pendente, gli occhi sbarrati, ella distese un braccio, ingiungendogli di non parlare. Si sentiva finire, il sangue le si gelava nelle vene, un velo le ottenebrava la vista, un nodo le si aggruppava alle fauci....
Fu una crisi come non ne ricordava più da un pezzo. Un giorno intero le convulsioni e le sincopi si alternarono lasciandola sfinita, contusa per tutto il corpo, con la lingua e le labbra lacerate dai morsi. Nell'esaurimento supremo in cui quegli assalti la lasciavano, ella provava l'impressione di una fatalità ineluttabilmente compitasi, dell'impossibilità d'ogni sforzo, di qualche cosa d'irreparabile. Egli tornava ancora: nella sua fibra spezzata ella non trovava la forza di respingerlo, ma sentiva che era morto per lei, che nulla, nessuna protesta, nessun pentimento, nessuna abnegazione avrebbe potuto cancellar mai le atroci parole. Tutto ciò che egli faceva o diceva le era adesso increscioso; la stessa stima nelle sue doti intellettuali e nelle sue qualità morali era morta. Ella finiva per negare di averlo amato mai; e un immenso stupore la invadeva, pensando alla rivoluzione operatasi nel suo spirito. Un tempo, con Duffredi, ella si era ròsa all'idea della catena legatasi al piede, aveva disperato di poterla infrangere, e adesso che quella catena era rotta, che se n'eran disperse perfino le vestigie, ella ne trascinava un'altra, egualmente pesante. Come un tempo, all'idea di esser stata lei stessa a volere quel nuovo danno, non si dava pace; e nel suo rancore impotente, disperando ancora di liberarsi, ma non riuscendo a tollerar quello stato, se Arconti la teneva fra le sue braccia, ella nascondeva il viso, mormorando:
— Vorrei morire!...
Si sentiva profanata, degradata, pensava con amarezza al disprezzo di cui sarebbe stata ora degna. Ma l'idea di esser disprezzata da Morani le riusciva particolarmente dolorosa. Egli era per lei una specie di giudice superiore ed invisibile, che assisteva ad ogni atto della sua vita, che leggeva ogni moto del suo cuore. Che cosa le avrebbe consigliato, se avesse consentito ad ascoltare la sua confessione? Avrebbe potuto ammettere egli, nella sua dirittura, quel prolungamento d'una finzione incresciosa? Ella affrettava la liberazione, ma non sapeva come affrontarla. Vi erano delle donne che riuscivano a dire: «Non t'amo più, lasciami, va' via...» Ella non sapeva pronunziare queste parole, per sbarazzarsi dell'uomo che era stato tanta parte della sua vita; come quando aveva lasciato suo marito, degli ostacoli la arrestavano; ella provava ancora una volta che tutto era più difficile del previsto... Ma che cosa avrebbe fatto sola? Fin dove sarebbe precipitata? Quali miserie l'aspettavano ancora? E il suo cuore si chiudeva dall'angoscia, dal terrore; nessuna speranza luceva per lei: come sarebbe stato meglio morire! perchè non era morta?... La figura di Matilde Cerosa, dell'infelice che s'era sfracellata sul marciapiedi lo stesso giorno in cui ella partiva da Palermo pel viaggio di nozze, risorse allora improvvisamente, dopo tanti anni, nella sua memoria. Quella tragica coincidenza non era stata una fatalità e quasi un avviso del suo destino? L'atroce coraggio della suicida l'affascinava: in certe ore di funebre spleen, quando il cielo era di cenere, le strade silenziose e deserte, la solitudine più fredda e più triste, voleva finirla anche lei, cercare il riposo nell'ultimo sonno. Pensava di comprare un revolver, piccolo, dal manico intarsiato, dalla canna damascata, un'arma che sarebbe stata un gioiello, e con quella darsi la morte. Allora l'avrebbero pianta, avrebbero saputo qual cuore era il suo!...
E come, suo malgrado, faceva intendere all'altro il disgusto da cui si sentiva presa, egli pareva riattaccarsi a lei! Vedendola nascondersi il viso, formulare un voto di morte, le diceva:
— Ti faccio orrore, non è vero?... Son io che t'ho voluta perdere!... Ma che importa?... Restiamo legati lo stesso...
Altre volte esclamava:
— Rammentati le mie previsioni!... «Sarai tu che non mi vorrai più»... che non mi vuoi...