— E di chi è la colpa?... Chi ha ucciso l'amore?... Chi ha detto di non rammentare più il passato?... chi lo ha rinnegato?... Di chi è la colpa?...
— La colpa!... la colpa!..,
E tornava ad accusar lei, ricominciava con le sue malignazioni. Una sera, ella proruppe:
— Oh, senti!... quando devi venir qui per dirmi di queste cose... è meglio farne a meno... aspettare dei momenti migliori...
Egli s'alzò, soggiungendo subito:
— Lo credo anch'io... sarà meglio separarci per qualche tempo. Tanto, fra giorni la Camera si richiude.
E senza vederla più, senza scriverle un rigo, partì. Nel vuoto fattosele così d'intorno, ella era stupita del sottil senso di liberazione che la penetrava. Perchè dunque quella rottura non l'accorava? perchè non provava il dolore previsto?... Forse perchè ella sapeva che la separazione non era definitiva. Da un momento all'altro contava di ricevere sue lettere, delle lettere umili, pentite, imploranti. Non amava più quell'uomo; ma voleva una prova dell'impero che aveva esercitato, che doveva ancora esercitare su di lui... I giorni seguivano ai giorni, le settimane alle settimane, ed egli non scriveva nulla, non un rigo, non una parola...
VI.
In mezzo alle distrazioni della nuova stagione estiva, quando ella era tutta ai suoi trionfi mondani, il pensiero di lui le tornava alla mente. Aveva una ansiosa curiosità di sapere ciò che egli faceva, che cosa provava per lei. Pensava che fosse pentito della rottura, che si disperasse rammentando la felicità perduta, che una fiera battaglia si combattesse nell'animo suo, tra la passione e l'orgoglio. La figura di lei doveva sempre stargli dinanzi, seguirlo dovunque, impedirgli di pensare ad altro! Era bene che fosse così, che egli soffrisse dopo averla fatta soffrire. Ella riprendeva la sua vita abituale, cercava la società, si compiaceva di brillarvi; non aveva rimorsi, il torto era tutto dalla parte di lui. Però s'aspettava da un momento all'altro di vederlo comparire: egli avrebbe lasciato tutto, sarebbe partito di nascosto, l'avrebbe raggiunta. Che cosa avrebbe fatto lei stessa? Lo avrebbe respinto? Si sarebbe piegata?... All'ora della posta, ella imaginava di ricevere una lettera di Paolo piena di ricordi e di supplicazioni; e delle frasi di risposta si scrivevano nel suo pensiero: «No, è troppo tardi, credetemi... I disinganni di cui mi sono abbeverata furono troppo amari, perchè io possa affrontarne di nuovi... La vita non si rifà, il passato non torna!... Finite di dimenticarmi e possiate esser felice: questo è il mio ultimo voto...» Gli occhi le si arrossavano, pensando a queste cose; e con la posta non veniva nulla per lei. Allora degl'impeti di sdegno per poco non la spingevano in braccio ad altri. Il ricordo di Morani la sosteneva; ella voleva serbarsi pura per lui. Disperava d'ottenere l'amor suo, ma non poteva, affrontare la sua disistima. Dove era egli a quell'ora? Qual'altra creatura gli sorrideva? Forse amava una vergine che avrebbe fatta sua!...
E la propria miseria le si rivelava in tutto il suo orrore. Ella era definitivamente abbandonata, senza una parola, come l'ultima delle donne. L'ultima delle donne non si sarebbe lasciata così, dopo cinque anni di vita comune!... A che cosa le erano dunque giovati i suoi sacrifizi? A legittimare le insidie che tutti gli uomini le tendevano, a prepararle un avvenire di abbassamenti continuati... Ella si sentiva mancare il respiro; avrebbe voluto piangere, e battersi. E allora, pensando all'abisso cui andava incontro, sentiva la tentazione di scrivere a Paolo, di cedere per la prima. Egli l'aveva crudelmente ferita; ma era sempre l'uomo che le aveva fatto battere il cuore, a cui ella aveva dato tutta sè stessa! Forse una falsa superbia li tratteneva entrambi dal muovere il primo passo nella via della riconciliazione; perchè non lo avrebbe fatto lei? E cominciava delle lettere, ma le stracciava una dopo l'altra. Le espressioni fredde, i rimproveri larvati non sarebbero riusciti a nulla, e le preghiere non avrebbero fatto peggio? S'egli l'avesse lasciata senza risposta?...