Finì per rinunziare a quel tentativo. Che cosa le restava da fare?,.. Perdonando il male che le aveva cagionato suo padre, sperando di trovarlo un altro per lei ora che la sapeva in quella triste situazione, rammentando il bacio disperato che aveva posto sulla sua mano la notte della morte di Laura, andò a trovarlo a Venezia. Egli la volle con sè in casa; e nel vedersi tutto il giorno dinanzi la donna che aveva fatto tanto soffrire la sua mamma, che ella stessa aveva tanto aborrita e che ora trattava familiarmente, pensava allo strano giuoco del destino, alla dispersione fatale dei sentimenti creduti più saldi. Suo fratello, che adesso aveva preso moglie, era per lei come un estraneo; restavano insieme a lungo senza sapere che cosa dirsi; e il cuore non aveva nessuna parte in tutte quelle relazioni. Alla lunga, accorgendosi d'essere d'impaccio, ripartì. Per un poco, pensò di tornarsene a Palermo. Ma che cosa vi avrebbe fatto, tra l'ostilità di tutti? Scrisse, nondimeno, a sua zia, per la prima dopo tanto silenzio; le disse, in frasi vaghe, i suoi disinganni, il vuoto della sua esistenza, il bisogno che ella aveva di perdono e d'affetto. La zia rispose subito; ma senza offrirle di riprenderla con sè. Pure, ella non troncò quella corrispondenza.
Negli accessi di tristezza che la piegavano, la folla, il movimento, le erano diventati odiosi; ella riprese più presto degli altri anni la via della casa. Non c'era nessuno a Roma, Morani con le sorelle era in campagna. Ella passava lunghi giorni senza vedere anima viva. Accompagnata da Stefana, in abiti scuri, dimessi, se ne andava spesso, per vie fuori mano, alla villa Mattei. La malinconia di quella solitudine, accresciuta dal tramonto della bella stagione, le pareva convenire allo stato dell'animo suo. Il poco verde appassito dei rami confusamente aggrovigliati era uno sfondo adatto alla sua figura, su cui l'opera del tempo diventava ogni giorno più manifesta! La gran pace, il silenzio rotto ad ora ad ora dei fruscii lievi delle foglie cadenti, dai trilli degli uccelli migranti, la immergevano in una mestizia senza fine. Qualche cosa come una caduta di foglie avveniva dentro di lei; ella sentiva di sopravvivere a sè stessa; la miglior parte del suo cuore, della sua bellezza, era morta. Le restava il fascino delle rovine, delle torri slabbrate dal fulmine, delle fronti curvate dalle avversità. Se un passo d'uomo risuonava lungo i viali, ella chinava gli occhi, evitando di guardare, tracciando dei segni enimmatici con la punta del suo ombrellino. Malgrado la negligenza della sua toletta, l'istintiva eleganza della signora di razza doveva imporsi all'attenzione dei passanti; chi la vedeva a quel modo, doveva pensare, con un sottil senso di rammarico, alle fortunose vicende che avevano condotta una donna come lei a compiacersi nella muta tristezza di quel giardino solitario, doveva provare la tentazione di leggere in quel cuore ferito pel quale il mondo non avea più sorrisi. Ed ella sentiva che era un altro inganno quell'imaginarsi oggetto all'attenzione di qualcuno, quella vaga aspettazione di un essere capace di vincere lo scetticismo di cui s'era imbevuta... Ella sentiva freddo quando pensava a che cosa era ridotta. Ah, se l'autore di quella rovina avesse potuto leggerle nel cuore, vederne lo strazio! Stolta ella stessa, che gli aveva creduto, che aveva fatto di quell'amore la ragione della propria vita!... Poi, i rimproveri che formulava contro di lui cadevano anch'essi; ella riconosceva la propria parte d'errore. Sì, ella lo aveva amato; ma, sulle prime, quell'amore non le aveva impedito di cedere ad un altro. Dimenticava dunque la sua colpa, l'origine della freddezza di Arconti? Pensando all'antica avventura, ella si chiedeva: «Perchè feci questo? Non sono inaccessibile al capriccio?...» E allora si ripeteva che la colpa non era stata sua, ma delle circostanze, della mancata protezione materna, dell'esempio che suo padre prima, suo marito dopo le avevano dato, della perversità di Aldobrandi. L'istinto di seduzione, la smania di piacere l'avevano perduta: la sua vanità era stata esaltata dalla preferenza che gli uomini le mostravano; ma adesso ella riconosceva che l'avevano preferita perchè s'eran visti incoraggiati. Considerando tutta la sua vita, da lontano, quasi disinteressatamente, ella scopriva la logica che l'aveva regolata, la fatalità d'ogni evento. Sola in mano del nonno buono ma autoritario, era fatale che ella non potesse fare un matrimonio felice; il disinganno, la rappresaglia, le persuasioni della fantasia l'avevano indotta al passo falso. Una idea la disarmava contro Arconti; che se non fosse stato lui a sospingerla, un altro avrebbe preso il suo posto... Questo egli aveva compreso, questo lo aveva distolto da lei!... Ma quando pure ella fosse stata fatta a un altro modo? se avesse amato lui soltanto, senz'altre ragioni fuorchè quelle del cuore? Tutto sarebbe finito egualmente! Il tempo, i disaccordi inevitabili, la diversità dei caratteri presto o tardi avrebbero prodotta la conclusione medesima. Ella non poteva dire di averlo veramente amato sul principio; ma quando s'era sentita maggiormente stretta a lui, non era stata l'idea di mostrarsi conseguente nella colpa che l'aveva sostenuta? Ella aveva creduto che l'amore durasse eternamente: ma v'era qualche cosa senza fine, nel mondo? Aveva creduto ancora che ogni creatura umana non potesse amare più d'una volta in tutta la vita: ma quanti uomini aveva ella amato, in modo diverso? Ed ora si domandava che cos'era dunque l'amore, se esisteva, se non era anch'esso un inganno, il più funesto di tutti?... La lentezza con cui trascorrevano i suoi giorni vuoti alimentava quelle riflessioni amare. Per evitare i tristi pensieri ella s'immergeva nella lettura. I libri le avevano fatto un gran male esaltando la sua imaginazione, pascendola di allettanti finzioni, di chimere seducenti; ma oramai era troppo tardi per smettere, il male era già fatto, e malgrado il suo scetticismo, le restava in fondo al cuore inassopito il bisogno d'emozioni, di scosse, di palpiti. Feuillet era il suo pascolo prediletto; le nobili anime, i cavallereschi amori, le passioni eroicamente contenute o tragicamente divampanti esaltavano tutto l'esser suo. Chiuso il volume, i suoi sguardi vagavano intorno, e la figura di Morani le sorgeva dinanzi, con qualche cosa del fascino del Giovane povero. Poi scuoteva il capo: che cosa sperava? a quall'altra funesta lusinga voleva abbandonarsi?...
Spesso, la notte, ella sognava di Milazzo; le pareva di ritornarvi, ma la città non si trovava più in pianura, le mura del Castello si ergevano colossali e paurose, le finestre della cattedrale bombardata risplendevano stranamente in pieno giorno, un vecchio sollevava una lapide, guidandola pei sotterranei comunicanti col sepolcreto di San Francesco di Paola — e si destava di scatto, agghiacciata e tremante. Quel sogno, per un certo tempo, tornò molte volte: e sveglia, alla luce del sole, ella pensava alla piccola città, ai luoghi dov'era trascorsa la sua fanciullezza e che non rammentava più nettamente, con un senso vago e indefinibile di terrore. Le imagini funebri non erano un funesto presagio? Ella diventava superstiziosa, tutto era tinto per lei di malinconia. Stefana veniva a mettersele vicino, cominciava a parlare di mille cose, cercando di distrarla, di farla sorridere, costringendola ad andar fuori quando era rimasta a lungo in casa, rimproverandola dolcemente se la vedeva ostinarsi nel suo cordoglio, parlandole di Paolo, dicendole:
— Gli uomini sono tutti così!... vedrai che tornerà!...
Ella non sapeva se affrettare o ritardare col desiderio il giorno in cui egli sarebbe tornato a Roma. Però cercava nei giornali, prima d'ogni altra cosa, le informazioni parlamentari, le notizie intorno alla data della riapertura della Camera. Una sera, aperto il Fanfulla, i suoi sguardi furono attirati dalle grosse sbarre nere di una necrologia. Tutte le volte che scorgeva quel funebre segno, il cuore le si stringeva ed ella dovea vincere un'istintiva repulsione prima di leggere fra quelle righe. Anche ora esse l'attiravano e la respingevano insieme; a un tratto un nome parve balzar fuori: Morani... Eduardo Morani... Ella non comprendeva: il suo nome, lì, impossibile!... un errore, un'altra persona... e come il foglio le tremava nelle mani, le righe parevano entrare l'una nell'altra, le parole si sdoppiavano, si confondevano... Impossibile!... un altro!... e il senso del periodo le sfuggiva, afferrava solo delle frasi: «Di ritorno da pochi giorni a Roma... una febbre perniciosa... malgrado tutti i rimedii... nel fior della vita... Povero amico! povero cuore!...» Ella sorse in piedi, con le mani fitte tra i capelli, gli occhi spalancati, gridando soffocatamente: «Morto!... Morto!...» e dei suoni tremuli come lamenti le uscivano dalle labbra semischiuse ed esangui. «Morto!... Dio!... Dio!...» Con l'impressione di freddo intenso che a un tratto le serpeggiava pel corpo, ella incrociava le braccia sul seno, comprimendolo, sostenendosi, sentendo che era sul punto di cadere, che il cuore le si schiantava.... Morto... lui!... impossibile, assurdo!... e di nuovo si precipitava sul foglio, spiegazzandolo, divorando le linee funeste. Allora, come non era lecito più dubitare, come il saluto estremo le tornava sotto gli occhi: «Povero amico! povero cuore!...» i suoi occhi si gonfiarono di pianto. Ah, era atroce morire così!... apprendere così la morte d'un essere amato, buono, ammirato!... Ella dunque non lo avrebbe visto più, non avrebbe udita la sua voce dolce, non avrebbe più stretta la sua mano leale!... No, no; era più forte di lei... ella non voleva, non poteva mettere un freno alle lacrime; un'accorata pietà gliele spremeva dal cuore... Si moriva dunque così, prima d'avere avuto il tempo di vivere?... Perchè?... Terribile, incredibile!... Ah! i suoi funebri presagi!... E come ella rammentava le volte che era stato presso di lei, le parole che le aveva dette, il suo cordoglio cresceva. Come era stato buono! di quanto rispetto l'aveva circondata! di che nobile animo aveva dato prova!... Nell'intimo della sua coscienza, nel secreto del suo cuore, che cosa aveva provato per lei?... Non lo avrebbe saputo mai!... Egli era morto, portandosi con sè il suo secreto... Povero cuore! Povero cuore!... Essere amata da lui: l'ambizione che ella aveva vagamente nutrita, la speranza che le aveva confusamente sorriso!... Che cosa sarebbe stato l'amor suo?... E tutto invece era finito, per sempre... Che tristezza in quello svanire d'una larva, d'un sogno non ancor precisato, d'un sentimento incosciente, neppur nato! Come il vuoto le si faceva più largo dintorno! Come tutto era freddo, e muto, e oscuro intorno a lei!...
Ella aveva smarrito l'idea del tempo in quella lugubre notte, quando la vecchia Stefana le venne vicino. Vedendole gli occhi rossi, il viso impallidito, la donna chiese:
— Che cos'hai? Che cos'è stato?
— Una triste notizia... una disgrazia...
La vecchia scrollò il capo:
— Vita e morte sono in mano di Dio!... Non t'affliggere sempre...