Ma ella trovava un malinconico conforto a parlare di lui, a dirle tutto il bene che le aveva ispirato. Come un incubo, il ricordo doloroso non le diede tregua fino all'alba; e al cessare dei sogni torbidi, ella ritrovò lo stupore attonito della sera innanzi, con un bisogno di sapere qualche cosa del morto, con la vaga aspettazione d'un avvenimento inatteso, quasi d'un miracolo, d'una risurrezione. Era decisa di andare a trovar le sue sorelle; però Stefana la consigliò di aspettare un altro giorno, e intanto la trascinava verso le stanze interne, le parlava di molte cose, quasi volesse fuorviare la sua attenzione. Dapprima, ella non aveva compreso; a un tratto, come nel silenzio del pomeriggio s'udirono dei lontani squilli di tromba, ella gettò un grido:
— Lui!
Allora dovè materialmente lottare contro la vecchia che tentava di distoglierla dalla vista; e dietro la finestra, aggrappata con una mano alle cortine, premendosi il cuore con l'altra, intanto che gli accordi della marcia funebre si facevano sempre più vicini, ella scorse una grande croce nera, la fila dei frati reggenti i ceri dalle fiammelle tremolanti.
— Ah!... ah!... pietà!...
L'anima si struggeva al canto lento, lungo, straziante, echeggiante come un insistente ultimo appello; alla vista della bara coperta di fiori, delle bandiere lugubremente raccolte, del breve stuolo di amici che seguivano, a capo chino, raccolti e silenziosi. Ella era caduta in ginocchio, protendendo le braccia, dicendogli addio, non vedendo più nulla dal pianto, sentendosi trafigger le tempie dai funebri squilli, scrollando amaramente, disperatamente il capo come se nulla potesse consolarla della vita... Più tardi fu una nuova voluttà di dolore, in casa di lui, tra le braccia delle sue sorelle; e poi, a poco per volta, l'acuto dell'angoscia si venne calmando: ella pensava allo scomparso con un rimpianto infinito e composto. Come lo avrebbe amato, se avesse potuto rivederlo! Come avrebbe voluto essere amata da lui!... Talvolta, ella dimenticava che era morto, credeva di vederselo innanzi, gli tendeva la mano, gli parlava come aveva un tempo parlato agli eroi imaginarii dei suoi libri. Tratto tratto, il ricordo di Paolo risorgeva, e qual nuova meraviglia si operava adesso? Il morto ed il lontano si confondevano per lei in un essere solo; attraverso la figura inafferrabile di colui che se ne era andato per sempre sorgeva la figura dell'antico amante, ma trasfigurata, con qualche cosa della seduzione dell'altro. Inconsapevolmente, ella attribuiva all'assente le attrattive, le virtù che l'avevano fatta sognare nel morto, si sentiva prendere da un bisogno irresistibile, violento, di rivederlo, di versar su di lui la passione che le rigermogliava nel cuore. Così, quando seppe che Arconti era a Roma, quando lo scorse da lontano, quando lo guardò un momento negli occhi, non lottò più. Gli scrisse, lo attese con un'ansia mortale, gli si gettò fra le braccia, se lo strinse selvaggiamente al petto, chiamando, senza voce, con un muto muover delle labbra, non più Paolo, ma: «Eduardo!... Eduardo!...»
Fu un ritorno dell'amore antico, ma più torbido, più tormentato, senza fede sulla sua durata. Poichè ella si era piegata per la prima, comprendeva di non esser più in diritto di lagnarsi di nulla; ai suoi lamenti egli avrebbe potuto rinfacciarle: «Sei stata tu che m'hai chiamato...» Però ella gli stava dinanzi umile, supplice, disposta a sopportar tutto, ad accettare quel tanto che egli poteva darle ancora. Non lo rimproverava dell'abbandono in cui l'aveva lasciata, gli chiedeva soltanto:
— Hai pensato qualche volta a me? Come hai pensato a me?
— Ma con desiderio, con rammarico, con passione...
Ella scuoteva il capo, comprendendo che egli le diceva quelle cose per condiscendenza; e, a quel pensiero, rispondeva con tono sommesso di preghiera:
— Senti, se tu non m'ami, se non provi più nulla per me, fingi almeno, dimmi qualche volta una buona parola... Vedi che io non sono esigente!... Non costa molto, una buona parola!