— Allora... allora... — e febbrilmente la mano di lei stringeva la sua — allora, giura che mi hanno ingannato!... giura che non è vero... Tu taci!... tu eviti di guardarmi!... tu non hai il coraggio...

— Oh, insomma!...

Di scatto, anch'egli sorse in piedi. Ella indietreggiò, spalancando gli occhi, riparandosi istintivamente con un braccio, presa da una folle paura, credendo che fosse sul punto di batterla. E come egli si stringeva la testa fra le mani, traendo un sospiro d'ambascia, prorompendo a un tratto:

— Ma perchè mi torturi?... Non vedi che soffro?... Che volete da me?... — ella cominciò ad assentire, col capo, con la mano:

— Sì, sì... hai ragione... il torto è mio!... tutto mio!... Non gridare... Sei libero, guarda: non ti trattengo, va'... va'...

— Non capisci tu dunque...

— Zitto!... Non dir nulla!... Capisco, sì, sì... capisco che non si dice a una creatura: «Sai, non t'amo più, ne amo un'altra, tu sei d'inciampo alla mia felicità, lasciami, vattene...» Ah!... ah!...

Cadde sul divano, col capo contro il bracciale, le labbra contratte da brividi sibilanti. Egli venne a mettersele accanto, a tentare di sollevarla, di persuaderla:

— Ma non è questo!... Se ti hanno detto male!... È la mia famiglia che ha dei progetti... che crede di costringermi...

— Non m'ingannare... tutto è finito, per sempre...