— Il signor principe di Lucrino.
VII.
Sul mare grigio e plumbeo, il vapore filava rapidamente, con la prora eretta, fremendo per tutte le commessure alle poderose vibrazioni della macchina ansante. Lungo i fianchi del legno, correvano le piccole ondate che il suo moto formava sulla superficie stagnante dell'acque, e pel contrasto del nero di cui lo scafo era tinto esse prendevano intorno una colorazione azzurrognola, rivelavano qualche cosa della loro misteriosa profondità. Laggiù in fondo, in quella pura freddezza, non era bene sparire?... Ella era costretta a distogliere lo sguardo dall'abisso affascinante, a portarlo in giro per la cerchia dell'orizzonte. Cielo ed acqua, una cinerea uniformità da per tutto; ma come un grumo di nuvole più scure, Ustica appariva sullo sfondo nebbioso. Allora, dalle latebre della sua memoria, sorse il canto udito, tanto tempo addietro, una notte serena di primavera nel porto di Palermo:
«Voga quel remo:
Chissà se un'altra volta ci vediamo,
Capo d'Orlando e Monte Pellegrino!...»
Era dunque ancora la via conosciuta, tante volte percorsa; e uno dopo l'altro i ricordi degli antichi viaggi si svolgevano nella mente di lei. Tristi tutti, egualmente, le andate ed i ritorni, fin dal primo salpare per l'ignoto della vita; ma nessuno come questo!... Le coste isolane non si scorgevano ancora, già nella notte erano scomparse quelle del continente, e in tale sospensione fra due lontananze ella trovava l'imagine del proprio stato. Più amaramente che ella non avesse mai creduto si chiudeva un tenebroso periodo della sua vita. Stolta, che aveva sperato di prendere una rivincita dell'abbandono in cui s'era vista lasciata, per non riuscire ad altro che ad una nuova amarezza! Prima dell'ebbrezza, la nausea l'aveva vinta, ed era stata una desolazione così profonda, una disperazione così radicale, che ancora il desiderio di finirla l'assaliva dinanzi alle fredde profondità del mare... Se dal buio passato ella guardava verso l'avvenire, un'incertezza paurosa la sgominava. Ella andava verso un paese in cui non avrebbe incontrato che ostilità. Alle intercessioni di sua zia, il nonno aveva acconsentito di rivederla, mettendo però come patto che ella non sarebbe venuta a Milazzo. Egli non la giudicava degna di rientrare nella casa dov'era cresciuta! Ed una coincidenza che al suo cuore ulcerato pareva cercata apposta, obbligava sua zia a lasciare Palermo giusto mentre ella vi si recava!...
Con una stretta al cuore, vedeva ora avvicinarsi la meta, sorgere tra cielo e acqua il titanico blocco del Monte Pellegrino, distendersi ai suoi piedi la linea della città. Quella vista l'affascinava, il suo spirito si smarriva nell'irrompere incessante delle memorie, ed alla voce di Stefana che l'avvertiva dell'approdo un brivido la scosse. Nessuno ad aspettarla a terra, neppure un servo. Ella frenava le lacrime entrando nell'albergo, rispondendo al cameriere che le chiedeva se la camera offertale era di suo gradimento. Che triste ritorno! La città rumoreggiava sordamente, ed era come un mormorio minaccioso che si levasse contro di lei, come una voce astiosa che la scacciasse...
Il giorno dopo venne suo zio, scusandosi con un equivoco sul giorno dell'arrivo, invitandola ad andare con lui a Termini, dov'erano per affari. Ella rifiutò, aspettando il nonno che aveva già telegrafata la sua partenza da Milazzo. Quando lo vide apparire, il suo cuore si strinse più fitto. Era un vecchio cadente, l'ombra di colui che ella ricordava nell'imponenza della forza e nel rigoglio della salute. Le sottrasse la mano che ella voleva baciargli e le sfiorò appena con le labbra la fronte. Parlava del suo viaggio, del tempo, di Stefana, e non una parola, non una domanda intorno al passato. Di tanto in tanto si facevano dei silenzii, come fra estranei che non trovano nulla da dirsi. Così continuava a trattarla, senza nessuna espansione, evitando ogni allusione alla intimità di un tempo, non dicendo nulla dell'avvenire. Talvolta, quando ella ricordava i giorni remoti dell'infanzia, le carezze che egli le prodigava prendendosela sulle ginocchia, sentiva la tentazione di buttargli le braccia al collo, di confidarsi a lui, di giustificarsi; ma la sua freddezza l'arrestava. Infine, perchè la trattava così? Se ella aveva fatto del male, lo aveva fatto a sè stessa, e l'espiazione non era finita!... Malgrado lo studio messo nel nascondersi, nel farsi ignorare, ella vide qualcuna delle sue antiche conoscenze, la Leo, Sara Máscali; e furono degli sguardi duri, delle arie sdegnose, delle insultanti voltate di spalle. Suo figlio, adesso un bel giovanetto di dodici anni, veniva a trovarla tutti i giorni per un'ora, in compagnia dell'aio; ma la sua entrata in collegio era stata decisa, e ne affrettavano a un tratto i preparativi, quasi a sottrarglielo più presto. Ella non trovò un'accoglienza fraterna che da un'estranea, da Giulia Víscari, che volle condursela in casa. Gli anni parevano non esser passati per l'amica; era sempre fresca, vivace ed allegra come quando l'aveva lasciata l'ultima volta. Anche lei aveva sofferto dei disinganni, ma, con una maggior forza di reazione, li aveva superati più facilmente.
— Che cosa avrei dovuto fare? — le diceva — Desolarmi, strapparmi i capelli (quei pochi che mi restano!) dare lo spettacolo della mia disperazione? E poi? Perchè? Per aggiungere sciocchezza sopra sciocchezza!