Le donne avevano però un'arma in loro mano: esse potevano vendicarsi terribilmente, distruggendo l'onore d'un uomo, coprendolo di ridicolo per tutta la vita. Ella ne conveniva tra sè; apertamente non si dava per vinta, affermava che erano pregiudizii. Ad ogni modo, voleva dire che anche gli uomini non potevano esser contenti di uno stato di cose creato da loro; bisognava dunque pensare al rimedio! Però, quando ella cercava di proporlo, si confondeva, non riusciva a formularlo. Divorava gli opuscoli morali di Dumas figlio, si metteva ad esclamare, tutta sola, col libro fra le mani: «Sì, sì, è così!» ai passaggi in cui vedeva precisato il proprio confuso pensiero; ma incontrando dei paradossi, delle contradizioni, era tentata di scrivere delle lunghe lettere all'autore; o piuttosto avrebbe voluto confidargli la sua storia che ella giudicava un soggetto degno di studio, e chiedergli dei consigli, proporgli delle quistioni. Perchè lei che non credeva se non alla passione, aveva obbedito al capriccio? Qual'era la migliore vendetta da prendere contro l'abbandono degli uomini? Avrebbe ella potuto uscire trionfante dalla lotta in cui era stata vinta?
Sì, forse. La virtù vera esisteva, la sua santa mamma ne era stata una prova; Bice Emanuele che ella incontrò un giorno per via, ne era un'altra. Suo marito aveva finito di rovinarsi, era stato coinvolto in affari equivoci, aveva compromesso il nome dei suoi figli; eppure s'era rassegnata sempre al suo destino, semplicemente, senza lagnarsi. Quando ella rammentava l'amica giovane, bella, elegante, corteggiata da tutti, piena di delicatezze, squisitamente sensibile, e paragonava quel fantasma alla creatura avvizzita, dimessa, sommessa, che si vedeva ora dinanzi, riconosceva che solo una forza interiore, la naturale bontà, il sentimento del dovere avevano potuto impedirle di fare come tante altre. Se non aveva ceduto alla tentazione, non era già perchè non l'avesse compresa, lei che non era vissuta se non di sogni; nè per un calcolo, giacchè aveva tutto perduto; nè per ostentazione, se dimostrava per le cadute altrui un'indulgenza così buona. Un'idea, una fede l'aveva solamente sostenuta; ed allora, tutta convertita da quello spettacolo, ella riconosceva che v'erano ancora molte altre come quella, buone senza secondo fine, degne di rispetto e d'ammirazione. Ma a che cosa giovava loro questa bontà? Erano forse felici?... Ne vedeva ancora delle altre meno meritevoli, circondate com'erano dall'affetto vigile, dalla protezione tenera dei loro mariti. Come pensare a tradire un uomo unicamente occupato di voi, pieno di cure, di delicatezze, di fiducia? Bisognava essere senza cuore, pervertite nell'anima, per tradire una persona fatta così; e quelle che erano state capaci di tale mostruosità le facevano sdegno. Ella aveva tradito Arconti in un triste periodo della sua vita, quando durava l'eco delle lezioni perverse che aveva ricevute. Più tardi, fin quando egli era stato buono con lei, un pensiero cattivo non s'era neppure affacciato alla sua mente!... E a un tratto, ripensando a lui, al posto che aveva tenuto nella sua esistenza, sentiva le rapide fitte d'un desiderio acutissimo, secretamente covato: il desiderio di rivederlo, di riudirlo. La ragione lo combatteva, le rappresentava il male che egli le aveva cagionato; ma certi giorni, dopo una lettura, o per aver rammentate delle parole che gli erano abituali, o senza motivo, per l'umore del suo spirito, per la tensione dei suoi nervi, ella ripensava alle passate dolcezze, agli entusiasmi dei primi anni, e il suo desiderio si faceva più ardente. Dov'era egli? Poteva non pensare a lei? Se egli fosse venuto di nascosto a raggiungerla, a tentare di riacquistarla?... E fantasticava di essere accostata da una persona sconosciuta che le consegnava con aria di mistero una lettera, una lettera di lui, nella quale egli annunziava la sua presenza a Palermo e chiedeva un convegno, ma parlando in terza persona, così: «Un uomo che visse della vostra vita, che piange tutte le sue lacrime per avervi perduta...»
Un giorno, tutti i fogli politici annunziarono il suo matrimonio. Allora un rancore immenso la invase contro di lui e uno sdegno violento contro sè stessa, per non esser riuscita a strapparselo dal cuore. E malgrado il suo rancore e il suo sdegno, ella pensava che un'altra aveva le sue carezze, udiva le sue parole innamorate! Ella non le aveva credute, e adesso le invidiava; aveva sdegnato quell'uomo, e adesso lo rimpiangeva! Perchè, se egli era stato falso e bugiardo?... Ma finalmente ella riconosceva che, se pure fosse stato diverso, la felicità duratura non avrebbe potuto trovarsi in un falso legame, sibbene nella santità della famiglia, nell'austerità del dovere. Se a lei fosse capitata la sorte di trovare un marito appena diverso dal suo, come avrebbe sopportato i suoi difetti, come avrebbe soffocate le tentazioni, per poco che egli l'avesse sorretta!... E l'imagine di Enrico Sartana le tornava alla memoria, più distinta che mai, in quella Palermo dove l'aveva conosciuto, dove udiva parlare di lui, delle sue avventure dopo la separazione, dove poteva incontrarlo da un momento all'altro. Il giorno che lo vide comparire nel salotto dell'amica, il sangue le die' un tuffo. Malgrado la barbetta a punta e un principio di canizie, era sempre il bel giovane d'un tempo, aveva ancora l'aria di San Giorgio cavaliere. Mentre egli parlava di molte cose indifferenti, rivolgendosi più spesso all'amica, dando a lei dei rapidi sguardi, ella era come ammaliata, non vedeva più nulla di ciò che la circondava, udiva soltanto il suono delle parole senza comprenderne il senso, con la mente piena di ricordi, di visioni risorgenti; e quand'egli andò via dopo averle stretta la mano, ella lasciò ricadere pesantemente il suo braccio, assorbita nella contemplazione del passato. Un pensiero vinceva tutti gli altri; ella si domandava, col cuore stretto: «Come deve disprezzarmi!...» Un abisso separava la fanciulla che egli aveva conosciuta dalla donna che ora ritrovava, e la compiacenza d'essere sfuggito al pericolo di averla a compagna, era probabilmente il solo sentimento che ella gli destava! Le voci malvagie e bugiarde dovevano essere arrivate fino a lui; se il ricordo del passato era sorto talvolta a difenderla, egli non aveva potuto resistere all'insistenza delle calunnie! Con una soggezione secreta, il bisogno di dissipare il tristo giudizio formatosi intorno a lei la occupava nel rivederlo. E un sentimento di gratitudine veniva ad unirsi a tutto questo, come ella notava la discrezione delle sue parole, il rispetto di cui la circondava. Dopo tanto tempo, la società si era trasformata intorno ad essi; senza dir nulla delle relazioni passate tra loro, egli le rammentava tante cose, e una grande attrattiva era per lei in quei ricordi. Ella si sentiva riportata indietro negli anni, pensava a momenti che tutto quanto era venuto dopo non fosse che una imaginazione dolorosa. Ma come notava le assiduità di lui, come leggeva nei suoi sguardi qualche cosa che egli non le diceva, ella protestava tra sè: «No, no... è troppo tardi, oramai!... sarebbe l'errore più grande!...» Ella non poteva più amare, non poteva più essere amata, aveva troppe tristezze nell'anima, aveva letto troppo addentro nel libro della vita!... Ed esprimeva questa sua sfiducia dinanzi a lui, ma senza rammaricarsi, rassegnatamente, come accertando una gran verità:
— La felicità è una chimera... tutto ciò che si può ottenere di meglio è la calma... Io non aspiro più ad altro.
— È vero; avete ragione.
Quell'arrendevolezza destava la sua curiosità; ella avrebbe voluto sapere ciò ch'ei pensava intimamente, udirlo parlare dei giorni lontani, subire anche quest'altra prova... E, inconsapevolmente, si attardava dinanzi allo specchio, si guardava a lungo, chiedendosi: «Non sono più desiderabile?...» Qualche giorno, a certe ore, uno stupore pauroso le gelava il sangue, vedendo rapidamente moltiplicarsi i segni della sua decadenza; ma da un momento all'altro la sua fisonomia si rimetteva, riacquistava i colori, la freschezza della gioventù; ella si sentiva rinascere, derideva le sue paure. Lentamente e continuamente i capelli però le cadevano; la chioma meravigliosa che arrivava un tempo ai fianchi, il «Mantello d'oro» era ridotta della metà. Dei giorni la trovava ancora copiosa; alcuni altri l'idea di perderla tutta l'atterriva. Dei fili d'argento striavano i capelli corvini di Giulia; ella l'invidiava, avrebbe preferito di diventar tutta bianca, pensava che vi sarebbe stata un'altra specie di poesia. Gli artefizii a cui ricorrevano alcune per darsi una giovinezza che non avevano più le parevano ridicoli; ella era sicura che si sarebbe rassegnata, non nascondeva a nessuno l'età sua, affettava anzi d'esser già vecchia.
— Ma fammi il piacere! — protestava allegramente l'amica. — O dici questo per sentirti assicurar del contrario?
— Così fosse!... Purtroppo...
— Bada però che qualcuno non ne è persuaso.
Era dunque proprio vero? Gli sguardi di Enrico dicevano dunque ciò che le sue labbra non profferivano? No, no; ella non voleva riconoscerlo. «Mio Dio» pregava, «fate che io m'inganni!» ma con una secreta restrizione, come temendo la certezza dell'inganno desiderato... Egli adesso la seguiva da per tutto, le parlava con una espressione più tormentata; una dolce sera d'estate, fermo dinanzi alla sua carrozza, al Foro Italico, intanto che ella accompagnava impercettibilmente col capo il ritmo incalzante del canto dell'Ombra nella Dinorah, le disse, piano, guardandola negli occhi: