Ma, nel ripetergli queste domande, ella s'interrompeva dicendo, con un sorriso, per farsi tollerare:

— Come sono, noiosa? Non mi dar retta!

Egli non aveva l'eloquenza dell'altro, non sapeva trovare di quelle espressioni poetiche che l'avevano un tempo sedotta; non scriveva di quelle lettere che l'avevano ubbriacata; ma ella pensava che fosse meglio così. Aveva troppo provato la falsità vuota di quella rettorica per apprezzarla ancora; la prosa umile ma schietta del linguaggio ordinario non era la più conveniente espressione della verità? Senza declamazioni, egli le provava d'amarla, faceva tutto ciò che ella voleva, non le rimproverava mai il suo passato. Ella però temeva che il pensiero dell'altro dovesse funestarlo; per questo, gli propose di andar via da Roma.

— Qui tu sei esposto ad incontrarlo ogni giorno; capisco che non deve farti piacere! Per quanto grande possa essere la tua fiducia in me, egli ti deve dar ombra...

— Io non t'ho dato motivo di sospettarlo!

— Lo so!... lo so!... E te ne ringrazio... Ma se tu sei pieno di fede, io ho sempre paura. Credi a me, sarà meglio andar via...

Però egli non volle. In fondo, l'idea di buttar giù la sua casa, di trovarsi fra gente sconosciuta, non le sorrideva molto; ella vi si rassegnava come ad un vero sacrifizio, ad una prova d'amore, e dinanzi al rifiuto di Enrico, si sentì vinta da un nuovo impeto di gratitudine.

— Come sei generoso!... Se sapessi come questa tua fiducia mi fa bene, come ingigantisce la mia devozione... Tu mi hai redenta!... I miei errori, tutte le mie tristezze sono cancellate; tu mi ridai i miei vent'anni, torno ad essere per opera tua come quando t'amai la prima volta... E una risurrezione di tutto l'essere mio...

E come Enrico protestava, ella affermava, ripetutamente:

— Sì, sì, redenta!... senza l'amor tuo, chissà che cosa sarebbe accaduto di me!...