Ed aveva fatta una scoperta:

— Io ti debbo tutto, tu mi hai tratto da un abisso di miseria, hai impedito che finissi di perdermi; ed io non ho fatto nulla per te...

— Proprio? Nulla?

— Nulla!... Ti ho data tutta me stessa... gran che!... valgo così poco!... e poi, se ti amavo!... Ma di noi due, chi è in debito verso l'altro son io!... Non dir di no; è così, lo so!... E vedi, tu puoi farmi quel che ti piace, maltrattarmi, tradirmi; io non mi lagnerò, accetterò tutto da te...

Forse ella commetteva un errore dicendogli questo; ma era così fatta, da mettersi tutta nei suoi affetti, da non calcolare mai. Del resto, egli non le dava motivo di pentirsene. Quella vita che la serietà e la gelosia di Arconti non le avevano consentito, adesso ella era libera di farla. Enrico rispondeva al tipo dell'uomo di mondo che ella aveva vagheggiato: s'era fatto ammettere al Circolo delle Caccie, amava la società, andava a cavallo, giuocava, fin troppo, ma ella vi avrebbe posto riparo. Le presentava i suoi amici, non essendo geloso, o piuttosto sapendo di non averne motivo; l'accompagnava dovunque, era sempre al suo fianco premuroso ed allegro. Ella dava dei pranzi, delle cene; invitava dei giovanotti scapoli, artisti in voga, giornalisti che parlavano delle sue serate, della grazia con cui ella faceva gli onori di casa.

Il principe di Lucrino era fra gli assidui. Nel rivederlo la prima volta, ella s'era sentita avvampare; a poco a poco il suo disagio dinanzi a lui scemò. Come aveva cominciato ad alludere alla sua breve fortuna, ella tagliò corto:

— Se tiene a venire in casa mia, non parli di questo.

Però il principe aveva di tanto in tanto delle pose romantiche; quando pronunziava certe parole: il passato, le memorie, le sottolineava, guardandola fiso. Per fortuna, Enrico non sapeva nulla. Una sera le disse:

— Sai chi ho conosciuto? Arconti.

Ella chinò un momento gli occhi; poi gli chiese, gettandogli le braccia al collo: