— Che cos'hai provato?
— Niente.
— No, non fingere!... Dimmi la verità!... dimmi che hai sofferto!... non me ne avrò a male; è una prova d'amore!...
— Ma perchè vuoi che soffrissi? non lo vidi mai con te, non fu per lui che ti perdetti...
— Perchè non mi hai portata via?... Dovrò incontrarlo anch'io...
Ma ella sentiva risorgere la secreta curiosità di ritrovarsi in presenza di lui: l'ignorata emozione che doveva occuparla nel rivedere da estraneo l'uomo col quale era stata legata dalla suprema intimità, esercitava una irrestibile attrattiva sulla sua imaginazione. Improvvisamente, un giorno, a Piazza Colonna, lo vide; ella sentì come se il terreno le mancasse sotto i piedi, come se le gambe le si piegassero. Ravvisandola tardi, egli si toccò il cappello quando già stava per passar oltre; ed ella continuava a procedere a caso, dimenticando la sua via, col cuore tumultuante, la mente inondata da un mare di ricordi... Sapeva egli la sua relazione con Sartana? Ne provava gelosia o dispetto?... Avrebbe voluto mostrarglisi a fianco di Enrico, dimostrargli che altri l'amava meglio di lui, la faceva più felice di lui... Poi s'indispettiva contro sè stessa per quei pensieri che gli accordava; ma tornava sempre ad averlo presente, e adesso, come se la gente si fosse data un'intesa, ella non udiva parlare se non di lui; dei suoi successi politici, del bene che voleva a sua moglie, della passione che questa gli portava, della vita nascosta, tutta intima, nella quale essi custodivano la loro felicità. Una curiosità più acre di vedere questa donna la pungeva assiduamente; un giorno la scorse finalmente, appesa al braccio di lui, col capo lievemente reclinato, tutta intenta a udire qualche cosa che egli le mormorava. Un tipo superbo di bellezza bruna, agile e forte: ella ne conveniva; e qualche cosa come un rancore impotente, come una gelosia umiliata nasceva in lei, insieme con una sorda disperazione, perchè, in fondo all'anima, inconfessata fin lì, ella aveva nutrita l'idea di rivedere quell'uomo, di provare ancora su di lui il suo potere, e perchè adesso comprendeva che questo era impossibile! Ma la sua fantasia ammalata la gettava in pieno dramma: ella si vedeva apparire come lo spettro del rimorso in mezzo a quei due, imaginava le supplicazioni della donna, pensava al risveglio della passione nell'uomo, lo scacciava lungi da sè, sorda, inflessibile, spietata... Sorrideva compassionevolmente di sè stessa: non avrebbe mai dunque messo senno? non era ancora ammaestrata abbastanza?... Però, tutt'ad un tratto, ella si sentiva scontenta del presente; la nuova passione le pareva meschina in confronto dell'altra, Enrico di tanto inferiore ad Arconti. Non le erano venuti da costui tutti i dolori? Che cosa voleva dunque dire quel nuovo, più acerbo rimpianto di un passato aborrito?...
Per soffocarlo, ella lavorava a rappresentarsi il danno che quell'uomo le aveva fatto; ma i ricordi amari non avevano presa, la sua imaginazione fuorviava, le metteva invece dinanzi tutte le dolcezze d'una passione che era stata la poesia della sua vita. Il viaggio a Parigi ed a Londra! Le sedute della Camera dov'ella riascoltava le parole che aveva udite per la prima! Le lunghe sere d'inverno passate a discutere intorno a ciò che v'era di più alto nella vita del pensiero! L'inaugurazione del Nido ancora tutto pieno di ricordi di lui... Aveva egli potuto dimenticar queste cose? Ella stessa, un tempo, le aveva dimenticate! Non s'era stancata di quell'uomo? Non aveva trovato che egli non la contentava, che non rispondeva al tipo da lei ideato? E adesso che tutto era finito, si sorprendeva a rimpiangerlo!...
L'amore d'Enrico non dava un pascolo al suo bisogno d'arcane esultanze. Egli era buono, pieno di cure; ma non aveva l'intelletto, la parola dell'altro. Ora ella s'accorgeva d'essersi ingannata nel credere che l'amor puro della giovinezza potesse rinascere, in lei che era passata per tante prove, nell'uomo che aveva tanto vissuto. Egli le narrava le relazioni avute durante il matrimonio e dopo la separazione: ne parlava come di capricci, di legami fugaci, di avventure di corta durata, con leggerezza e con una evidente disistima delle donne. Affermava che adesso era un'altra cosa; ma dicendo di credergli, ella sentiva crescere invece il proprio scetticismo. Non solamente quell'uomo le pareva leggiero, ma la stessa fede nell'amore tornava a scuotersi, ed ella non credeva neppure a sè stessa... Tutte le parole che diceva a costui, le aveva dette all'altro: «Non ho che te... Tu m'hai rivelata la vita... Noi ci ameremo eternamente...» Come crederle più?
Poi si faceva una ragione: queste cose la stupivano perchè ella non aveva ancora esperienza, ma il mondo era stato sempre così! A guardarsi intorno, non trovava una moltitudine di creature nella sua stessa condizione? Bisognava dunque accettarla rassegnatamente! E si riattaccava ad Enrico, gli dava tutta sè stessa, voleva esaltarlo e denigrare quell'altro. Era stata presa dalla tentazione di bruciare tutte le lettere antiche; ma, avendone letta una, la prima capitata nel fascio, non potè, non si fidò neppure di continuar la lettura, sentendosi afferrata da quel passato... Però, all'idea che Arconti potesse sospettare questo, pensare che ella lo rimpiangeva, il suo sentimento diventava una specie di livore furente. Voleva scrivergli di restituirle le sue proprie lettere, i suoi ritratti, per fargli intendere che s'ingannava, se pensava questo... E un giorno un fattorino lasciò da lei un pacco; ella riconobbe nell'indirizzo il carattere di Arconti. Ruppe i suggelli con le mani, tolse febbrilmente l'involto: v'erano tutte le sue lettere e tutti i suoi ritratti che egli le restituiva con una semplice carta da visita. Allora, ella si sentì così miserabile, che si mise a piangere.
Più che al tempo dell'abbandono patito, ella comprendeva che adesso tutto era finito tra loro, radicalmente, per sempre. Fin quando quelle lettere erano rimaste in potere di lui, aveva potuto supporre che egli se la vedesse accanto in idea, che rammentasse almeno il posto da lei preso nella sua vita; adesso egli le mandava indietro come cose inutili e vili, respingeva la sua stessa memoria! E ciò che vinceva il suo dolore, era lo sbalordimento prodotto dalle contradizioni per le quali passava, dalla rivelazione dello spaventevole abisso che era l'anima umana... E sapendo bene che ella non l'avrebbe mai fatto, pensava adesso di andarlo a cercare, di dirgli: «Non mi riconosci più? Non valgo dunque più nulla? Guardami: hai proprio tutto dimenticato?...»