— Debbo andare a Napoli, per la lite di mia moglie.
Un senso infinito di sollievo la penetrò ad un tratto. Ella aveva del tempo dinanzi a sè, qualche cosa sarebbe accaduto. Enrico era molto freddo, parlava unicamente di quella seccatura capitatagli addosso; andò via prima dell'ora consueta.
— Tornerai presto?
— Appena potrò.
La menzogna, la doppiezza orribile, il rimorso atroce le erano risparmiati! E le lettere di Vittorio cominciarono a piovere: vibranti di passione, traboccanti di poesia, più belle, più inebbrianti di quelle di Arconti. Ella gli rispondeva, scongiurandolo di esser più calmo, di rammentarsi la promessa obbedienza. Il martedì seguente venne a trovarla; per fortuna, il suo salotto era sempre pieno di gente. Egli scriveva ancora, ed Enrico, da Napoli, non le mandava neppure un rigo. Vittorio veniva a trovarla a teatro, l'aspettava per via, sollecitava in premio della sua saggezza dei convegni dinanzi alla gente, che ella non poteva negargli. Ma lottava ancora, aspettando sempre che l'altro si ricordasse di lei, la sorreggesse con una buona parola, con un richiamo alle passate dolcezze. Non veniva nulla. Ella resisteva sempre, ma cominciando a capitolare tra sè, dicendosi: «Se oggi non scriverà, se domani non scriverà...» I giorni passavano, le lettere di Vittorio le creavano intorno una calda, struggente atmosfera di passione. Erano due mesi appena che l'aveva conosciuto; il giorno in cui si compirono, egli le mandò un libriccino in forma di piccolo album, rilegato in rosso. Aveva per titolo: Le livre des Pensées; su ciascun foglio di cartoncino erano appiccicate delle pensées variopinte, screziate come grandi ale di farfalle, e scritti dei pensieri d'amore, in francese: «Lorsque vous vous réveillez, et que le premier rayon de lumière frappe vos yeux, dites-vous: Il m'aime et ce rayon m'apporte son salut... Lorsque vous lisez dans les livres des mots d'amour, songez que les plus beaux, les plus tendres, les plus suaves vous viennent de moi.... Lorsque vous êtes gaie, songez que votre sourire est ma raison de vivre... Lorsque vous voyez des fleurs, songez que je voudrais les faucher toutes, en faire des tapis pour vos pieds, des parures pour vos cheveux, des couches pour votre corps...» Ella rimase come stordita da quella lettura. Il domani, andò fuori a piedi, girò lungamente; stanca, stava per salire in carrozzella a piazza di Spagna per tornare a casa, quand'egli le si avvicinò. Per non perdere la sua compagnia, rinunziò alla carrozza. In mezzo ai discorsi indifferenti, egli metteva all'improvviso delle parole d'amore, dette sommessamente, con voce turbatrice, quasi all'orecchio. La stanchezza di lei cresceva; la via era lunga, l'aria scura, le prime fiammelle di gas brillavano nelle mostre dei magazzini. Le gambe le si piegavano: avrebbe voluto appoggiarsi al suo braccio, cadere con lui su qualche cosa di soffice. Continuò ancora ad avanzarsi, a trascinarsi fino a casa. Quando furono presso al portone, egli disse, piano:
— Mi permettete di salire un istante?
— No... no...
— Perchè? che c'è di male?... Un istante, volete?
Ella pensò: «Se il portiere mi desse una lettera di Enrico!» Il portiere non aveva nulla.
Enrico arrivò il domani. Ella lo ricevette nel salotto, respinse l'abbraccio che tentava di darle con un'aria gioconda.