Intanto il nonno scriveva da Milazzo di pensare al ritorno. All'idea che quelle feste stavano per finire, ella aveva quasi voglia di piangere; allora sedeva a tavolino e riempiva un foglio di preghiere, scongiurando il nonno di accordare una dilazione, asserendo che era necessario per la salute di Lauretta, promettendogli tutte le sue carezze e i suoi baci se diceva di sì. E degli altri giorni scorrevano, tra i passeggi, gli spettacoli, gl'inviti a pranzo. Una volta, alla Marina, la loro carrozza s'incrociò con quella del babbo: aveva a fianco una signora bruna, un po' grassa, colle guancie bianche di cipria e dei grossi smeraldi alle orecchie. Guardò le bambine, sporgendosi di scatto: lei s'irrigidì, guardandola fiso, duramente, comprendendo che era quella per cui la sua mamma aveva tanto sofferto. Ma la sera, a teatro come rappresentavano la Lucia di Lammermoor, non ci pensò più: adesso non sapeva quale delle due opere fosse la più bella. Quella comparsa di Edgardo in mezzo alla festa di nozze! e la sfida dei due rivali! e la scena delle tombe: «Tu che a Dio spiegasti l'ale!...» I motivi più belli le restavano tutti impressi; nel cantare: «Verranno a te sull'aure i miei sospiri ardenti...» delle lacrime le scorrevano sulle guancie.

Gli ultimi giorni passarono nelle visite di congedo, nelle compre di tanti minuti oggetti da portare a casa. Le signore volevano sapere dalle ragazze se lasciavano Palermo con dispiacere; ella rispondeva:

— Non me ne parli!...

Ed alla cameriera della zia che le chiedeva quando sarebbe venuta un'altra volta:

— Presto!... — rispondeva. — Vi pare che io voglia stare in quella bicocca?

Allora, mentre la donna rassettava la camera, ella cominciò a interrogare:

— Sentite: quanto vi dà la zia ogni mese?

— Trenta lire.

— E al cuoco?

— Settantacinque.