Si alzò, tendendo le braccia al cielo:
— Dio, fatemi morire!... No, non è vero che ho forza e coraggio; se avessi coraggio, mi ucciderei... Sono vigliacca! vigliacca! vigliacca!... Lasciatemi, andate; sono indegna di voi!...
Anch'egli si alzò; ella girava attorno per la stanza, come fuggendolo, come cercando un partito.
— Lasciatemi... Non posso continuare a vedervi, per ora... Non vedrò neppur lui... Datemi tempo, lasciate che pensi, che rifletta... Anzi, partite... vi scriverò...
Gli si fece dappresso, prendendogli una mano, fissandogli gli occhi negli occhi.
— Sarete saggio e forte?... Mi promettete che sarete ragionevole, che non farete nulla?... Abbiate fiducia!... sperate!... Ma andate, andate, per pietà... Addio!... no, arrivederci...
E rimasta finalmente sola, si lasciò cadere come corpo morto, rotta in due, senza più forza nemmeno per pensare. Stefana vegliò tutta la notte al suo fianco, non la lasciò se non quando la vide assopirsi. Col giorno, appena desta, ella ebbe due lettere: una di lui, l'altra di Vittorio. Ella si gettò su quest'ultima: era un inno squillante, la smentita dell'accusa che l'altro, nella sua gelosia, aveva lanciata. Egli stesso, nella sua, supplicava ancora, diceva di non poter partire, le chiedeva un nuovo convegno. Non gli rispose. Riscrisse, facendosi più umile, più insistente; ella gli mandò un biglietto con due parole: «Parta, Addio.»
Egli non scrisse più. Tutto era dunque finito. E come Vittorio tornava da lei, ella gli si buttava tra le braccia con impeto pazzo, cercando nell'amor suo il compenso di quei dolori, di quei sacrifizii. Li sospettava egli? Non le aveva letto nel viso, negli occhi infossati, nelle parole sconnesse, l'ambascia per la quale era passata? Aveva una pungente curiosità di saperlo. Lasciò un giorno le lettere di Enrico sul buvard; scorgendole, egli chiese:
— Di chi sono?
A capo basso, dopo un silenzio, rispose: