— Di Enrico Sartana.

Egli scosse un poco il capo.

— Leggile!

— Non ne ho bisogno... so tutto...

Ella gli si fece vicina, chiedendo ancora:

— Sapevi... anche prima?

— Anche.

— E che cosa provasti? Soffristi?

— Oh, no... capivo bene che non ci era d'ostacolo.

Fu come se una mano le strappasse la benda dagli occhi. Ella comprese che quell'uomo l'aveva sedotta senza sentir null'altro che il desiderio brutale, studiando le sue frasi, fingendo la sua partenza, rappresentando la commedia del rispetto; e al ricordo del disperato dolore di Enrico, del cuore che aveva perduto e che apprezzava ora soltanto, ella vedeva l'abisso in cui era caduta... Ma non era soltanto il suo nuovo amante che mentiva: era ella stessa! No! no! no! non era stata la passione, la fisima dell'amore che l'aveva fatta cadere: era stata la corruzione di tutto l'essere suo miserabile! Quando la sola perversità della sua natura aveva parlato in lei, ella aveva ipocritamente recitata la commedia del sentimento! Aveva sempre recitato una commedia! Aveva sempre finto! Metteva una gioia morbosa nel confessarlo, avrebbe voluto insultarsi ad alta voce, chiamare Enrico, spartirsi fra tutti... Comprendeva che oramai era destinata a una serie di abbassamenti continui, si vedeva ridotta come tutte quelle che un tempo le avevano fatto sdegno e ribrezzo ma che almeno avevano il merito della sincerità: nulla avrebbe potuto salvarla! E come il principe di Lucrino, incontrandola, tornava ad insistere, a rammentarle il passato, a dirle: «Ma non sapete che c'è da tirarsi una revolverata, per sfuggire a questo tormento?...» delle sdegnose parole le prorompevano dal cuore: