— Oh! nessuna di noi è degna di costarvi una puntura di spillo!...

IX.

Malgrado ella fosse partita a precipizio appena giunto il telegramma, quando arrivò a Messina già la Gazzetta annunziava che il senatore Palmi era morto a Milazzo, due giorni innanzi, nella tarda età di ottantasette anni.

Ella aveva preveduta quella catastrofe; la sua paura era un'altra... Era cominciata dal momento che il piroscafo entrava nello Stretto, nel contemplare le rive che ella aveva lasciate da lunghissimi anni, per le quali era passata spensierata e gioconda, quando non sospettava neppure le nequizie che la vita le preparava. L'idea di appressarsi alla piccola città dove era trascorsa la sua fanciullezza serena, di rivedere la sua casa, il Castello, la spiaggia di San Papino, tutti i luoghi incerti nella sua memoria, vaghi come cose sognate, della cui esistenza ella quasi dubitava, le incuteva un muto terrore come se delle cose sognate minacciassero di apparire nella realtà...

S'andava adesso in ferrovia, quella ferrovia che trent'anni addietro dicevano di dover costrurre di giorno in giorno. Ma il piroscafo aveva tanto tardato che non v'eran più treni; le convenne aspettare il domani. Partì all'alba. Dal finestrino del vagone ella guardava il paesaggio, i dorsi nudi dei monti, i burroni cincischiati e rovinosi, come fossero delle vane parvenze, delle forme fantastiche. Il treno andava lentamente per la ripida salita, cacciandosi in gallerie interminabili, lungo le quali ella chiudeva gli occhi, fiutando dei sali, sentendo crescere l'oscura minaccia che pesava su lei. Quando vide le mura merlate di Gesso — di Ibbisu — ella cominciò a provare uno stupore immenso. Era dunque proprio la via tante volte percorsa! I luoghi, le cose esistevano ancora, eran sempre al loro posto!... Adesso cominciava la discesa, appariva il mare, verde e spumoso, e la penisoletta del Capo, e la striscia bianca della città. Allora uno strano sorriso le spuntò sulle labbra: un momento, ebbe paura d'impazzire; lo sguardo affettuoso di Stefana la sostenne. Era lì! era lì!... S'avvicinava, spariva, riappariva più vicina, più grande, più netta!...

La sua carrozza aspettava alla stazione; ella veniva riconoscendo la via, i Mulini, il porto; si diceva: «La piazza del Carmine!... Ecco San Giacomo!...» Le pareva che dovesse ancora passare un lungo tratto prima d'essere a casa sua — agli occhi della fanciulla, le distanze erano parse tanto più grandi! Vi fu invece in pochi minuti. Salì le scale appoggiandosi al braccio della vecchia, salutando con un cenno del capo le persone sconosciute che avevano in viso la costernazione dal lutto recente. La casa era vuota, triste, silenziosa; il passo di lei risuonava per le stanze nude, quasi qualcuno la seguisse, invisibile; ed ella sentiva opprimersi il cuore sempre più forte, sempre più fitto, ritrovando la camera della mamma, quella di Lauretta, la sua propria, i vecchi mobili, i ritratti polverosi alle pareti... Che fascino misterioso nel risveglio delle sepolte memorie, nella contemplazione delle cose scampate da tanti naufragi!... Ella sedette, chiudendo gli occhi per veder apparire i suoi morti, la mamma, la sorellina, il nonno; ma una disperazione la prendeva: i fantasmi non sorgevano, tanto tempo era passato! tante imagini s'erano sovrapposte alle antiche!... Ed ella stessa, era forse la creatura d'allora? La trasformazione operatasi nel suo pensiero, nel suo cuore, nella stessa persona, era così profonda, che ella si sentiva veramente divenuta estranea a sè stessa. Nei giorni lontani dell'adolescenza, quanti sogni aveva sognati ad occhi aperti fra quelle mura, insofferente del presente, impaziente dell'avvenire? E l'avvenire d'allora era adesso passato! E non le restava che un lungo, cocente e sterile rimpianto, di tutto!...

Nessuno la conosceva o la riconosceva: l'unica visita che ella ricevette fu quella del notaio. Prima di morire, suo nonno non aveva voluto prendere nessuna disposizione: v'era soltanto un testamento fatto trent'anni addietro, dopo la morte di sua figlia, col quale lasciava tutto alle nipoti Teresa e Laura. Anche il povero vecchio non aveva voluto credere a quel che era avvenuto, era rimasto a vivere di ricordi, come se il tempo non fosse trascorso...

Le cure della successione, l'amministrazione del vasto patrimonio richiedevano che ella non si muovesse di lì. Dopo l'emozione dei primi giorni, una tranquillità cominciò a farsi nel suo spirito; la quiete della cittadina silenziosa le era propizia, il risveglio delle memorie non aveva più nulla di disperato, diventava una malinconia quasi dolce, una tenerezza che la faceva migliore, disposta a compatire tutte le miserie, a lenire tutti i dolori.

Quando andò fuori per la prima volta, salì a San Francesco di Paola, a pregare sulla lapide che i passi della gente aveano consunta. Non v'era nessuno in chiesa: delle lampade ardevano dinanzi alle imagini, la trave miracolosa si mostrava ancora in mezzo al tetto, e un frate vecchissimo, scheletrito, uscì dalla sacrestia piegandosi un momento dinanzi all'altare. Ella andò ancora al camposanto dei Cappuccini, dove avevano scavata la nuova fossa, e poi alla spiaggia di San Papino: anche lì, come da per tutto, trovava i luoghi e le cose più brevi, più piccoli che non ricordasse. Restò un pezzo, addossata ad una delle barche che i marinai ancora tiravano a secco, guardando il mare, le isole di Lipari, le montagne di Tindari, la costa insenata che fuggiva fino al Capo d'Orlando....

«Voga quel remo: