Chissà se un'altra volta ci vediamo,
Capo d'Orlando e Monte Pellegrino!...»
Voleva salire su al Castello, ma Stefana non si fidò. Vi andarono un altro giorno: la rovina dei muri, delle torri, degli archi era ancora più grande; gli stormi delle mulacchie si levavano ancora dai crepacci della rocca; non v'erano più i vecchi cannoni, le piramidi di palle; solo le sentinelle del carcere, sulla Batteria Tedesca — e lo stesso silenzio, lo stesso ronzìo d'insetti sciamanti intorno ai ciuffi d'erba che invadevano tutto.
Per le vie, ella non faceva che guardarsi intorno, riconoscendo ogni angolo, ogni finestra, tutte le cose; solo le persone le erano estranee. Quanti non v'erano più, di quelli che avea conosciuti! Luigi Accardi era morto; di Manara, il giovane che l'aveva amata fanciulla, in secreto, senza dirglielo mai, nessuno sapeva darle più nuove. Bianca Giuntini, la bella giovanetta che le aveva fatto battere il cuore, era una lamentosa rovina. Al Capo, la moglie del fattore, colei che le aveva narrate tante fiabe, era morta anch'essa; morto il fratello del fattore, quello che l'aveva ricondotta a casa, a viva forza, per la via polverosa, il giorno d'un'altra morte indimenticabile!... E quanta gente nuova! In chiesa, a messa, scorgendo delle fanciulle, delle giovanette intorno ai vent'anni, pensava: «Non erano nate, quando io andai via!...» e rivedendosi in esse, pensando al suo triste destino, con uno slancio di tenerezza gelosa invocava sul loro capo la benedizione di Dio.
Le madri impedivano adesso che ella le avvicinasse, uomini e donne, sapendo chi era, la guardavano come un essere strano, pieno di pericolose attrattive; delle leggende correvano sul suo conto, una più sinistra dell'altra. In quel piccolo ambiente, la sua vita, i suoi gusti, le sue opinioni, divenivano oggetto di scandalo: ella non aveva ancora idea d'un accanimento come questo contro una creatura che non aveva fatto male se non a sè stessa. Dicevano che ella aveva seminata la rovina dovunque era passata, che era senza cuore, che aveva il genio del male. Come rispondere a questo? Come mostrare agli increduli la rovina della sua propria esistenza, l'unica ch'ella avesse causata? Ella si chiudeva nel suo dolore, sdegnando difendersi, considerando amaramente l'ingiustizia del mondo. Accusavano lei di avere esercitato un potere funesto e non avevano una parola di rimprovero per tutti coloro che l'avevano spinta, uno dopo l'altro, nella via della perdizione! Terribile potere, in verità, quello che l'aveva ridotta alla perdita di ogni affetto, d'ogni protezione, alla solitudine continua, al dileggio quotidiano! Ella era stata, in verità, di gran danno agli uomini che avevano fatto di lei ciò che avean voluto! In quell'ora che ella sentiva aggravarsi le conseguenze dei suoi errori, essi se ne andavano pel mondo, liberi, sereni, in cerca di nuove sodisfazioni, forse felici per opera d'altre, certo non infelici per colpa sua!... Ed era lei che non aveva avuto cuore, lei che aveva messa tutta sè stessa nelle sue affezioni, che aveva mendicate delle buone parole, un poco d'indulgenza, la loro pietà!... Così non avesse avuto cuore davvero! Non lo avrebbe almeno lasciato a brani per via! Poi sorgeva il ricordo della sua parte di colpa — ed ella s'accusava, si considerava con un disprezzo più freddo, più duro di quello della gente. Gli uomini che l'avevano perduta avevano fatto il loro mestiere; era stata lei stessa a secondarli, a volere quel danno — ed a farne! La memoria di Enrico era il suo rimorso, sentiva ancora talvolta le lacrime roventi stillate sulle sue mani; se ella non fosse passata per una trista scuola, forse sarebbe stata felice con lui! Ma perchè s'era spento l'amore di Arconti se non pel tradimento suo proprio? Ed ella lo aveva tradito perchè le avevano corrotta l'anima!... Così, d'evento in evento, rimontava il corso della sua esistenza, ed ogni stato le pareva migliore di quello che era venuto dopo: adesso, per la prima volta, pensava a tutti i momenti buoni di suo marito, al partito che un'altra donna avrebbe saputo trarre al suo fianco, rassegnandosi a difetti, a disinganni inevitabili... La colpa era dunque stata sua, delle insofferenze della sua indole, delle morbosità della sua natura; ma nei momenti più tristi non aveva ella provato dei buoni sentimenti, degli impulsi generosi, delicatezze, scrupoli, sincerità? Il pianto non era stata un'espiazione? Il suo stesso pentimento non dimostrava che ella non era pervertita del tutto? Allora, ella pensava che nessuna creatura era al mondo tutta trista o tutta buona — e che la colpa più grande non era stata la sua, non degli altri, ma della stessa vita... Però passava triste e silenziosa tra i dileggi del volgo; e il suo composto dolore a poco a poco lo disarmava. Coloro che imparavano a conoscerla, che vedevano il vuoto della sua esistenza, la sincerità del suo rammarico, si ricredevano, la compiangevano, finivano per difenderla. Degli uomini avevano ancora parole d'ammirazione pei resti della sua bellezza; ella li lasciava dire, scrollando il capo, malgrado il secreto piacere che la lode le procurava. V'erano ancora dei giorni che, sotto la veletta, col viso sparso di crema fredda e di veloutine, coi capelli dorati di fresco, ella poteva credere di non aver varcato i quarant'anni; ma tutte le mattine, appena sveglia, e la sera, quando disfaceva la sua toletta, aveva paura di guardarsi allo specchio. Per fortuna, dimagrava nuovamente, l'orribile pinguedine spariva nell'assiduità delle penose emozioni. Fortuna?... Che cosa aspettava dunque ancora?...
L'assestamento delle sue cose le portava via molto tempo; ella aveva sempre dintorno gente d'affari, andava continuamente in campagna, formando il progetto di ricostrurre per suo figlio la fortuna distrutta da Duffredi, di prendersi con sè il giovanetto quando sarebbe uscito di collegio e di dedicarsi tutta a lui. Gli scriveva quasi tutti i giorni, gli mandava dei regalucci, era tutta felice di aver trovato un nobile scopo alla sua vita che trascorreva in una solitudine quasi completa. Vi si rassegnava, vi trovava un senso di fierezza e di nobiltà, come una purificazione. Ma tornavano anche i tristi momenti. Certe giornate grigie, col cielo basso, il mare plumbeo, al ricordo delle feste luminose l'oppressione si faceva insoffribile. Delle frasi sospirose d'opere in musica le gonfiavano il seno di rammarichi infiniti: «Addio, — del passato...» della Traviata; la romanza di Nadir nei Pescatori di Perle: «Mi par — d'udire ancor...» Scrivendo una lettera, guardando il calendario, aprendo un giornale, delle date le saltavano agli occhi: l'incontro di Arconti a Castellammare, il ritorno di lui dopo la rottura, la caduta coi visconte, l'onomastico di Enrico, la presentazione di Bergati.... Quando arrivò la mobilia della casa di Roma, che ella aveva licenziata, si sentì schiacciata dal cumulo delle rimembranze. La sera, aprì la cassa dov'erano custoditi i ricordi d'amore, i fasci delle lettere. Passò la notte leggendone delle centinaia; spuntò l'alba che ne restavano ancora altrettante. Ve n'erano di così buone, di così tenere, di tutti, che ella esclamava: «Ma costoro furono sinceri!... Perchè dunque tutto questo è finito?...» Perchè tutto passava...
Malgrado il pentimento, il ricordo dei suoi trionfi le dava talvolta un moto d'orgoglio. Ella aveva provate grandi passioni! Poche donne le parevano capaci di destarne come le sue. Gli stessi scettici avevano dovuto rappresentare la commedia del sentimento per arrivare fino a lei. Poi vedeva il rovescio della medaglia, e negava ciò che aveva affermato. Perchè i casi dell'esistenza sfuggivano ad una precisa definizione? Ella non riusciva a sapere se era stata amata o pur no!...
Per la vendemmia, andò a Gelso. I Giuntini, i suoi antichi vicini, avevano subìto dei rovesci; la proprietà, venduta all'asta, era passata in mano del barone Squillace. Dei rapporti di vicinato cominciarono a stabilirsi; a poco a poco diventarono intimi. La famiglia si componeva del barone, della baronessa e d'una sorella di questa. Ogni sera, quando cessava il lavoro e l'aria si rinfrescava, s'incontravano sul confine dei poderi e passeggiavano un pezzo insieme. Il barone, un bel vecchio dall'aria d'un militare in ritiro, camminava adagio, appoggiandosi a un grosso bastone, per via dei reumi che gli tormentavano le gambe, e parlava del raccolto, degli affari, stupito dell'intelligenza che ella ne aveva acquistato, finendo per chiederle dei consigli.
— Sentite! sentite!... — esclamava, mentr'ella discorreva di culture, di contratti, di prezzi — se non pare che abbia fatto la proprietaria dacchè è nata!... Ma v'intendete di tutto, voi?...
— È la profondità del mio talento!... — rispondeva ella, ridendo; poi, mettendosi accanto alla baronessa, ascoltava compiacentemente le lodi che quella tesseva, insieme con la vecchia sorella, dell'unico suo figliuolo Maurizio. Viaggiava in quel tempo, col conte Marulli di Messina; arrivavano dalla Germania, dall'Inghilterra, le sue lettere che le donne leggevano ad alta voce, orgogliosamente, dinanzi alla gente di campagna stupefatta dalle meraviglie di cui vi si parlava, dalla distanza che quei pezzi di carta aveano percorsa. Un giorno, dentro una di queste lettere, si trovò la fotografia del giovanetto, fatta a Parigi; una figura graziosa, gentile, minuta, dagli occhi profondi, dal labbro appena ombreggiato da una fine peluria. Aveva vent'anni, le donne esaltavano la sua intelligenza e la sua bontà. Sul principio dell'inverno, quando tutti erano rientrati a Milazzo, egli tornò. Era più grazioso e più gentile di quel che non mostrasse il ritratto, ma un fanciullo ancora. Ella lo guardava con una tenera simpatia: le pareva di aver dinanzi quel figlio al quale si era tutta dedicata, augurava al suo ragazzo un'indole buona e dolce come quella di lui. Lo vedeva spesso, in casa di sua madre, qualche volta per istrada; parlavano dei loro viaggi, dei libri che egli le aveva cominciato a prestare; ma era lei che lo interrogava, poichè una timidezza infantile lo confondeva, gli faceva talvolta salire al viso bianco e delicato le fiamme d'un sangue vivido e sano. Una sera, a un battesimo in casa D'Arrico, dov'ella aveva portata, dopo tanto tempo, una toletta che la favoriva, s'accorse che egli la guardava da lontano, in atto di estatica ammirazione; come lo sguardo di lei lo sorprese, parve avvampare in viso. Più degli elogi che la gente le prodigava pel suo gusto, per la sua eleganza, quel muto omaggio le procurava un gradimento sottile ma lungo, persistente, rinnovato a misura che quell'estatica espressione tornava a dipingersi sul volto del giovanetto. Di tratto in tratto, ma con una frequenza sempre maggiore, ella si sorprendeva in atto di pensare a lui, al turbamento che aveva dovuto produrre nella sua vergine fantasia. Per quel fanciullo che pena s'affacciava alla vita, che non aveva paragoni da istituire, ella personificava la seduzione; ma benchè sapesse quanto piccolo fosse il proprio merito, non poteva sottrarsi all'intimo contento che quell'omaggio le procurava. Era una vanità innocente; il pensiero di spiegare l'istinto della civetteria era tanto lontano da lei! Con un fanciullo! con chi poteva esser suo figlio!...