— Non è nulla! — dicevano tutt'intorno. — La debolezza, la prostrazione, tanti mesi di letto...
Però il nonno fece venire un dottore da Messina. Fu ordinato il mutamento d'aria, e subito tutti partirono per il Capo. La mattina, prima che l'aria s'infuocasse, l'inferma scendeva in giardino a braccio della sorella; faceva un po' di moto, a piccoli passi, fermandosi spesso. Poi si metteva a sedere, sotto l'ombrello, ed ella le coglieva dei fiori, glie li faceva piovere in grembo. Le parlava dell'avvenire, l'assicurava della guarigione, faceva dei progetti contando su di essa. Poi, riprendendola sotto il braccio, la riconduceva a casa. Una sera, mentre lei ripassava la mazurka Capricciosa ballata con Luigi, vennero a chiamarla: Laura aveva un'altra sincope. Il domani venne il dottore, parlò a lungo col nonno; poi questi mandò a Milazzo il giardiniere, per spedire un telegramma. La risposta arrivò a Miss: «Parto col postale di domani, sarò costà sabato, fate trovare carrozza sbarcatoio.»
— È il babbo che viene, nonno? — chiese ella, impaurita.
Il nonno non rispose, inginocchiato dinanzi alla cassetta bassa di una libreria, donde cavava vecchi giornali illustrati, che erano lo svago della malatina. Messili in ordine, glie li recò, reggendoli lui stesso dinanzi al letto, sfogliandoli, girandoli per mostrare le figure disposte di fianco.
— Basta, nonno... così ti stanchi... — diceva Laura tratto tratto.
— Non mi stanco... se mi stancassi, mi riposerei!... — E come la vedeva sorridere, chiedeva: — Tu come stai?... Meglio?... Senti adesso una cosa... — Tacque un poco, poi riprese: — Se venisse qui... tuo padre... ti piacerebbe?
L'inferma spalancò gli occhi, come stordita.
— Tuo padre... di', ti farebbe piacere?
— Oh, nonno, il babbo!... Nonno, il babbo!... — e non sapeva dire altro.
— Il babbo, sì: parlo turco forse?... Se ti fa piacere, lo chiameremo...