La poveretta piangeva di contento, gli gettava le braccia scarne al collo mormorando:

— Grazie, nonno.... Com'è bello!... grazie!... grazie!...

— Va bene, abbiamo inteso.... Cosa c'è da ringraziare?...

E con la voce burbera, troncò il pianto e le effusioni della malata, la quale adesso diceva di voler aspettare il suo babbo levata. Malgrado ogni protesta, il giorno dell'arrivo si alzò. Avevano calcolato che la carrozza sarebbe giunta alla Rocca verso le due; a quell'ora volle scendere in giardino. Però il tempo passava senza che arrivasse nessuno.

— Che sarà?... — chiedeva inquieta.

— Nulla, il ritardo del vapore!... — rispondeva il nonno.

Ma non si tranquillava, porgeva l'orecchio, guardava il mare.

— C'è stato cattivo tempo?... Il cocchiere non lo conosce... Gli avete detto di andare proprio al porto?...

Era nervosa, insofferente. Si ostinò ad aspettare ancora, sentì freddo, dovettero portarla su quasi a braccia; ma, appena a letto, perdette i sensi. A un tratto si udì un rumore lontano, poi una voce che chiamava, dei passi affrettati. Il babbo comparve sulla soglia dell'uscio, fermandosi ansiosamente. Il nonno, alzato un braccio, fece segno di far piano. Ma egli era già accanto al letto, con un braccio attorno al capo della bambina, cercando gli occhi di lei. Gli occhi di Laura si schiudevano allora, e la mano fredda e madida, abbandonando quella della sorella, tentava di carezzare il viso del babbo.

— Come stai, Lauretta?... Come stai?... — chiedeva egli, alzando lo sguardo.