— Meglio... — rispondeva il nonno, guardando l'inferma. — Stai meglio, non è vero?... È niente, adesso è passato...

Ancora un altro miglioramento. Per prudenza, la fecero rimanere a letto; ma pareva così felice, col babbo da una parte, la sorella dall'altra, il nonno che girava per la camera, come avesse un gran da fare, ma senza far niente! Una mattina, presto, si alzò un poco, ma non potè scendere in giardino per il tempo che minacciava. Quando si rimise a letto, cominciò la pioggia, scrosciante; fu una burrasca di corta durata. Al tramonto, il sole brillava fra le nuvole squarciate, e Lauretta, serena, sorridente, ascoltava i progetti che facevano per l'avvenire.

— Ma il babbo resterà un pezzo con noi, non è vero?... non è vero, nonno? — chiese, voltandosi verso di lui, che se ne stava appoggiato ai piedi del letto.

— Si capisce.

— Sì!... sì!...

Sarebbero tornati a Milazzo, con l'autunno che s'avanzava; al Capo non c'era più ragione di restare. Poi, guarita Lauretta, sarebbero andati a Palermo, a Firenze, a Parigi, tutti, tutti!

— Anche tu, nonno; non è vero?

— Anch'io, eh!... — E come in quel momento entrava la moglie del fattore, aggiunse: — Anche donna Mara!

Risero tutti. Calò la sera, mentre ancora facevano progetti.

La luce della lampada infastidiva un poco Laura. Sollevatasi, disse alla sorella: