— Te ne prego, nonno: lasciami in pace... sai bene che io non ti domando nulla, a te...

Il nonno gridava, le dava della pazza, minacciava di andarsene al Capo, di piantar tutti. Lei lo lasciava dire finchè la tempesta si chetava.

Quando l'orgoglio non la sosteneva più, un'immensa tristezza le gravava sull'anima: ella si sentiva così sola al mondo, senza madre, senza padre! Non v'era più avvenire per lei, la sua vita era infranta! A che le servivano la sua nascita, la sua ricchezza, tutte le doti della mente e dell'anima? E invidiava la sorte degli umili, dei poveri di spirito. Ma certe notti d'insonnia, se la scossa prodotta da una lettura metteva in moto il suo cervello, una prodigiosa serie di visioni la teneva immobile, cogli occhi sbarrati, col cuore palpitante, come se tutti gli avvenimenti imaginati, le gioie, gli spasimi, le stranezze del destino, le audacie sue proprie, fossero reali e presenti. Che cosa le sarebbe realmente accaduto? Avrebbe ella un giorno divisa la sua vita con quella d'un uomo? Allora, a quell'idea, all'idea di vestire la bianca veste delle spose, di cingere la simbolica ghirlanda del fior d'arancio, due mute lacrime le rigavan le gote.

Di tratto in tratto, lo slancio mistico della rinunzia la riprendeva; andava spesso in chiesa, ricamava delle tovaglie d'altare, seguiva tutte le funzioni religiose, si confessava spesso, era assidua alle prediche di padre Raffaele; e nelle cerimonie del Natale e della Pasqua la sua commozione si risolveva in lungo pianto. Ma se riprendeva a leggere romanzi, sognava di vivere nel gran mondo, di andare a cavallo, di essere corteggiata, e quei desiderii la struggevano. Manara non le dispiaceva; se egli l'avesse chiesta, forse avrebbe finito per dir di sì; ma il giovane la seguiva soltanto da lontano. Certe notti, sognava di lui, di altri uomini, e i suoi sogni erano pieni di un turbamento misterioso. Ella esaminava a lungo il suo corpo: quantunque fosse cresciuto ancora un poco, rimaneva piuttosto piccolo, ma era d'una modellatura squisita: vita snella come un anello, seno e fianchi sviluppati, gambe e braccia che parevano fatte al tornio. Che le giovava? In casa Russo, v'era un bel ragazzo di dieci anni; si chiamava Mario, aveva un viso d'angelo. Ella se lo teneva spesso vicino, gli regalava delle cravatte o dei fazzoletti ricamati da lei stessa, gli prodigava lunghe carezze, lo baciava sulla bocca. Poi se ne stancava, e il vuoto della sua vita le pareva più grande.

Allora, il desiderio di viaggiare prima di maritarsi, di vedere un poco il mondo, la riprendeva, più cocente di prima. Se il nonno avesse rinnovata la sua offerta! Ma non ne parlava più... Solamente, un giorno, come la Gazzetta di Messina annunziò l'arrivo della squadra in quella città, e se ne discorreva dai Ferla, alcuni proposero:

— Si va a vederla?

— Andiamo! — disse il nonno. — Facciamo svagare i ragazzi!...

Ma la cosa era ancora un progetto, quando, una mattina, la rada presentò uno spettacolo straordinario: la squadra all'áncora, tre corazzate e un avviso, con uno sciame di barche intorno.

Dal dispetto pel viaggio mancato, ella aveva rifiutato di visitare le fregate; però in città c'era un gran movimento: il Municipio dava un pranzo allo stato maggiore delle navi, un pranzo ufficiale, di soli uomini, ma seguito da un ricevimento al quale erano invitate le signore. Ella si sentì a un tratto invasa dalla febbre antica, spese nella sua toletta le cure d'un tempo.

Quando la loro carrozza arrivò dinanzi al Municipio, una folla di dimostranti con la musica, dei lampioncini, delle torcie, gridavano: Viva la Marina! Viva la squadra a Milazzo!... Ella entrò nel momento che ufficiali, autorità e invitati si facevano ai balconi: dei battimani, l'inno, nuove grida, un'esaltazione che si propagava contagiosamente. I militari non sapevano come ringraziare; il sindaco, rientrato in sala, faceva delle presentazioni sommarie, intanto che la musica, di sotto, continuava a strepitare. Rimasta un poco in disparte, ella sorrideva di pietà, vedendo le altre donne circondate dagli ufficiali; avrebbero saputo dir loro tante cose, quelle stupide!... Adesso il sindaco conduceva accanto all'ammiraglio il nonno, che chiamava anche lei: e ad un tratto ella si vide in mezzo allo stato maggiore.