— È come se fosse fatta — insisteva il nonno. — Fate conto che verrà a farla.
— Che cosa? — chiese ella.
— La domanda di Duffredi.
E tutti cominciarono a spiegare l'eccellenza di quel partito.
Non si parlava della nobiltà, fra le prime del mondo; gli mancava, è vero, un titolo, il rappresentante del ramo diretto essendo suo cugino il principe di Casàura; ma quel cugino aveva cinquantacinque anni, e un solo figlio naturale, ragione per cui il titolo di Casàura sarebbe venuto, col tempo, a lui o alla sua discendenza. Intanto egli aveva una grande sostanza — bastavano i tre feudi di Caltanisetta! — e un vecchio zio malaticcio, il marchese di Lojacomo, che viveva con lui e gli avrebbe lasciata tutta la sua sostanza.
— È una fortuna! Una vera fortuna! — diceva la zia.
— Davvero!... — confermava suo marito.
— Tu cosa dici? — chiese il nonno. — Parla, rispondi...
— Che cosa volete che vi dica? Faccio quel che volete voi.
Non era vero. Ella esultava, in cuor suo; non avrebbe potuto sognare una fortuna più grande; aveva ben letto un'invidia secreta negli occhi delle sue antiche nemiche. Quell'uomo incarnava il suo tipo di distinzione e di eleganza; ed ella provava per lui un singolare contrasto di impressioni: le piaceva, trovando che aveva un naso da Pulcinella; lo ammirava malgrado, anzi a cagione della sprezzante superiorità che aveva nell'accento e nell'attitudine.