— Signora Duffredi!...

— Donna Teresa di Casàura!...

— Signora Duffredi di Casàura!...

Subitamente, il suo sdegno, la sua fierezza ribellata si stemperavano in una compiacenza trionfante, in una voluttà di amor proprio esaltato, in una ebbrezza di dominazione, durante la quale ella si sentì fatta più alta, le parve di oltrepassare con la sua statura la statura di quelle amiche prosternate.

— Ci accorderai ancora la tua protezione?

— Non bisognerà domandarti udienza per vederti spero?...

— Dammi un bel bacio!...

Adesso tutte la baciavano, ed ella non pensava più a nulla, nella dispersione di tutta la sua volontà, col solo bisogno di assaporar quel trionfo... Era dunque vile? Si lasciava vincere?... Qualcuno s'era messo al pianoforte, eseguiva un ballabile di Chopin: la musica affrettava i battiti del suo cuore; tutti gli occhi eran fissati su di lei; e Duffredi, salutata la zia, le si dirigeva incontro. Ella non vide più chiaro, non pensò più nulla, fin quando il giovane, fermatosi accanto a lei, disse sottovoce:

— Signorina, suo nonno m'ha fatto l'onore di concedermi la mano di lei... però... — ella adesso tremava da capo a piedi — bisogna che lei stessa dica se è disposta ad accordarmela.

Il sangue le si ritirò intorno al cuore: un'angoscia ineffabile. Come baleni rapidissimi, dei pensieri le solcavano la mente, tutti insieme: l'amore che egli non le confessava, la voce che lo diceva legato ad un'altra, i suoi propositi di rifiuto e il bisogno di uscire da quella vita, la sua ebbrezza vile di poco fa e la paura di darla vinta alle sue nemiche; e tutto questo si confondeva, si compendiava in una domanda che, mentre Duffredi parlava, ella credeva quasi di formulare ad alta voce: «Che fare?... Che fare?...» Appena egli ebbe finito, aspettando una risposta, delle parole le uscirono dalle labbra, inconsciamente, senza che ella ne intendesse il senso: