— Cos'hai?... Sei seccato?
Egli rispose:
— Sai, tuo nonno ha certe idee!... Vuol tirare un fuoco d'artifizio?... non siamo fatti per intenderci.
E adesso, sì, ella preferiva che si aspettasse un altro giorno ancora, che si ritardasse ancora il momento decisivo, col cuore chiuso da una vaga, indefinibile ambascia...
La volontà del nonno aveva trionfato; la cerimonia era fissata per le sei della sera successiva. Di buon mattino, erano stati a confessarsi; la mezza giornata era trascorsa lentissimamente; poi subito erano cominciati i preparativi della toletta. Stefana piangeva, aiutandola a passarsi la veste nuziale, appuntandole sul seno il fior d'arancio fresco che le aveva colto lei stessa; anche Miss e la zia avevan gli occhi un po' rossi: ella faceva la forte, s'irrigidiva contro l'emozione; ma agiva come per effetto d'una spinta esteriore, sentendo che bisognava andare fino in fondo, fatalmente, a qualunque costo. Ricominciava l'andirivieni degli intimi, la processione delle carrozze, la folla dinanzi al portone ed in chiesa. Un gran tappeto per terra, un acuto profumo di fiori, l'altare splendente come una raggiera. Ella non udì più nulla, vide solo la gran vampa delle faci, pensò alla sua mamma, alla sua sorellina, alla fanciulla che moriva in lei, a quel cadavere che si sarebbe trascinato sempre con sè, e due grosse lacrime le rigarono il viso. Adesso bisognava che ella rispondesse ancora; inghiottito il suo pianto, alzò il capo e disse:
— Sì.
— Cos'hai? — chiese Guglielmo, chinandosi un poco verso di lei.
— Nulla... nulla!
Quella parola la riconfortò tutta: non toccava a lui adesso di proteggerla, di sostenerla, di amarla? Egli le diede il braccio, traversò al suo fianco la piccola chiesetta, prese posto allato a lei, in silenzio.
In un impeto di tenerezza, ella gli buttò le braccia al collo.