— E sarai sempre tutto mio?... Mi vorrai sempre bene, più delle altre, più di tutte le altre insieme?
— Sì, sì...
Allora, gli buttava le braccia al collo, non aveva più paura di lui, rispondeva finalmente alle sue carezze nell'improvvisa rivelazione del mistero.
Erano a Firenze; ella pensava che la felicità presente fosse dovuta ad un buon influsso del suo passato di bambina. Appesa al braccio di Guglielmo, gli mostrava la casa dov'era nata, i luoghi dove s'era trastullata; gli narrava le sue prime impressioni, le sue monellerie: tutte quelle piccole cose non dovevano avere un gran valore per lui? Un'emozione indefinibile, tra dolce e malinconica, l'occupava nel ritrovarsi in quella città della quale aveva tanto sognato, nella quale le pareva d'incontrare le ombre care e benedette della mamma e della sorellina. Poi ripartirono, e le città succedevano alle città, gli orizzonti agli orizzonti: Bologna, Venezia dove c'era il babbo, Milano... certi giorni, svegliandosi, ella si chiedeva: «Adesso dove sono?...» Aveva sete di veder tutto, di completare la sua coltura nelle visite ai musei, alle gallerie; voleva saturarsi di spettacoli artistici, imprimersi nella mente le scene che le si svolgevano dinanzi agli occhi: la Firenze antica della Signoria e del Bargello, le lagune verdastre, il Duomo milanese, grigio e roseo nel crepuscolo, come un acquerello. Quelle visioni sarebbero state più belle se suo marito, dinanzi ad esse, le avesse detto delle parole secrete, indimenticabili; se egli avesse preso le cose, quegl'altri cieli, a testimonii dell'amor suo. Egli però non aveva di queste espansioni; la conduceva dovunque, ma lasciando scorgere, tratto tratto, una certa stanchezza. Anch'ella, a lungo, si stancava: avrebbe voluto piuttosto conoscere l'alta società, stringere relazioni con le grandi dame, esser presentata da per tutto. A passeggio, a teatro, chiedeva continuamente a Guglielmo il nome delle signore che brillavano di più; egli rispondeva, alzando le spalle:
— Ma credi che io conosca tutta l'Italia?... Poi, questa non è la stagione; molti sono ancora in villa....
A Firenze ella avrebbe voluto vedere la principessa Morsini, la Tatiroff, la marchesa Ballestrengo; a Bologna conoscere la Marion e la Petrarchi, a Milano la duchessa Nitti-Palmenghi, la contessa Frescobaldi, tutte le dame delle quali aveva letti i nomi nei resoconti dei balli e delle premières, nelle corrispondenze dalle stazioni balneari o dai paesi di montagna. Suo marito invece evitava gl'incontri; le aveva presentato a malincuore, non potendo farne a meno, degli amici, dei conoscenti; tipi di eleganti, di Crociati, da per tutto gli stessi; l'aveva presentata anche a qualche signora: la marchesa Celli, la contessa Parlabene, che viceversa era moglie d'un semplice capitano e portava quel titolo perchè la madre di lei era figlia d'un conte. La stupiva questa facilità con cui un titolo si estendeva a tutti i parenti di chi lo portava; allora, ella avrebbe potuto farsi chiamare principessa di Casàura?... Guardava tutto, udiva tutto; si formava dei criterii sugli usi, sulle mode; avrebbe voluto comprare tutte le stoffe, tutti i gioielli, tutti i quadri che vedeva, ordinare l'addobbo di tutta una casa, la fornitura di un nuovo corredo. A Milano aveva avuta un'emozione: era andata a teatro in platea, giù nelle poltrone, fra gli uomini. Ella aveva trovata bellissima la piccola sala del Manzoni, e non voleva riconoscere che quella Forza del Destino udita al Dal Verme era molto inferiore alle altre eseguite a Palermo. Si studiava di trovare tutto più bello, più interessante; pensava con un senso di superiorità alla Sicilia remota, alla piccola provincia perduta oltre i monti e oltre i mari; commiserava le amiche rimaste laggiù in fondo. A Torino, per un Faust che si dava al Carignano, con cantanti di prim'ordine, stava preparando la toletta di gala, giacchè andavano in palchetto, quando suo marito esclamò:
— Ma qui si va in abito da passeggio e cappello!.. Si va in toletta al Regio, dopo Natale...
La lezione che le era parso di leggere in quelle parole la punse un poco; il rifiuto di Guglielmo di proseguire per Parigi, motivato dall'avanzarsi della stagione, finì per scontentarla di quel viaggio. Si annoiò a Genova, credette di morir d'oppressione a Pisa rammentandosi per la prima volta di Milazzo; finchè, ripassando per Firenze, tornarono a Roma. Vi capitarono negli ultimi giorni di novembre, per l'apertura del Parlamento. Ella avrebbe voluto assistere alla seduta reale, Guglielmo diceva invece che era meglio veder l'arrivo delle rappresentanze a Montecitorio. Giusto, c'era all'albergo di Milano Enrichetta Geremia con suo marito. Duffredi la condusse da lei, e andò via dicendo che sarebbe tornato.
La piazza era già tenuta sgombra dalla truppa; dinanzi al portone, sotto il baldacchino rosso-cupo, si componevano e scomponevano continuamente dei gruppi di deputati, di giornalisti, di invitati, e le prime carrozze cominciavano ad arrivare.
— L'ambasciatore d'Inghilterra.... — indicava l'amica — la marchesa di Fanatica... i Giapponesi... Quelli sono cronisti di giornali... Le due sorelle Donnino e Scalpetti...