Adesso ella cominciava a prendere interesse allo spettacolo, aspettava con impazienza l'arrivo del re, ammirava i corazzieri schierati sotto l'obelisco, sussultava al secondo all'armi e quando la nuova visione di uniformi, di pennacchi, di sciabole sguainate si fu dileguata, restava ancora, malgrado il freddo, a guardare.

— Vedi che è meglio qui? Dentro non si vede nulla; c'è troppa confusione...

Dopo un quarto d'ora, cominciò l'uscita, più disordinata, tra le grida degli strilloni che vendevano il discorso della Corona, l'incrociarsi dei comandi militari, il rotolare delle carrozze. Suo marito non veniva ancora; ella credeva di capire che l'amica avesse da fare; e vedendosi sola con quegli estranei, mentre la fiumana della folla rumoreggiava sordamente per le vie, il cuore le si strinse un poco. A un tratto fu picchiato all'uscio; Balsamo, andato ad aprire, esclamò:

— Oh, lei!... Venga avanti!... — Poi presentò: — L'onorevole Arconti, la signora Duffredi...

Il deputato aveva stretto la mano alla Balsamo e s'inchinava dinanzi a lei. Come gli chiedevano notizie della seduta, disse:

— Un discorso infelicissimo, una freddezza glaciale, qualche applauso soltanto al passaggio relativo a Roma, alla politica estera...

S'impegnò una discussione: Balsamo affermava che era ben fatto, poichè tutti si ostinavano a volere quel ministero di ciarlatani; ella disse:

— Io trovo però che non si dovrebbe esporre la persona del re.

— È verissimo... — affermò il deputato, inchinandosi un poco verso di lei.

Era un bruno dagli occhi azzurri, dalla fronte larga, dalla voce penetrante. La discussione si allargava; spronata dalla presenza del deputato, ella dimenticava la sua tristezza, parlava di politica, attaccando i provvedimenti eccezionali proposti contro la Sicilia. Arconti, che sedeva all'opposizione, le dava pienamente ragione. Il tempo passava, Guglielmo non veniva ancora. Enrichetta propose: