I particolari intorno alla vita di Zakunine e della Natzichev davano argomento tanto ai difensori quanto agli accusatori d'insistere nelle loro opinioni. In quelle nature complesse di Slavi impetuosi e freddi ad un tempo, ora violentemente trascinati dal cieco istinto, ora rigidamente sottoposti alla più ferrea ragione, gli uni e gli altri trovavano la capacità e l'incapacità del delitto. Era da stupire, anzi non era naturale che in un impeto di gelosia, d'odio, di rancore, quelle persone che si credevano superiori ad ogni legge, distruggessero una vita dopo aver dato mano a distruggerne tante altre? Dall'altra parte osservavasi come non fosse credibile che queste persone, la cui attività era tutta diretta a raggiungere un intento condannato dai più, ma per esse certamente grande e quasi sacro, si perdessero in un'avventura volgare, per un delitto inutile. Come mai queste persone che rinnegavano patria, famiglia, amicizia, tutti i sentimenti dai quali gli altri uomini sono legati, per lavorare liberamente alla distruzione del mondo, avrebbero poi tradito la loro causa per obbedire a una passione meschina? Replicavano gli altri che questi rivendicatori dei massimi ideali umani non erano già inaccessibili alle passioni, al contrario—e lo provavano con le innumerevoli avventure del principe—e che sotto l'impero d'una passione, la ragione, come cede nella generalità degli uomini, così, anzi più facilmente doveva cedere in loro.

Quindi lunghe e vivaci discussioni s'accendevano intorno alla determinazione dell'accusa. L'omicida era il principe? La nihilista era innocente oppure complice? Le opinioni si dividevano ancora una volta; perchè secondo alcuni l'uomo aveva commesso il delitto per gelosia del Vérod; secondo altri la donna per rivalità. Di questa incertezza si giovavano appunto quanti credevano al suicidio: come dar fede a un'accusa che non riusciva a precisarsi? Sostenere poi che i due avessero uccisa insieme la contessa non pareva possibile; solo qualche accanito accusatore, in odio ai rivoluzionarii, diceva che i due avevano potuto accordarsi nel pensiero omicida: se Alessio Zakunine voleva punire la contessa dell'amore che portava al Vérod e se la nihilista voleva punirla dell'amore che le aveva portato il principe, la complicità dei due perversi restava spiegata. Alcuni andavano anche oltre, perchè, saputo che il principe versava in imbarazzi finanziarii, sostenevano che i due Russi avevano uccisa la contessa per derubarla. Ma alla malvagità che bisognava ammettere per sostenere questa ipotesi pochi credevano; e la maggior parte degli accusatori riconoscevano di dover portare i loro colpi o contro l'uno o contro l'altra. E mancando le prove dell'accusa e della discolpa, ciascuno dei due partiti non insisteva tanto nel dimostrare il proprio assunto, quanto nel combattere l'assunto contrario. Chi incolpava il principe o la nihilista sosteneva l'inverisimiglianza del suicidio; per affermarlo, gli altri adducevano l'inverisimiglianza e l'impossibilità del delitto.

Il giudice Ferpierre stava attento a tutte queste voci per cercare d'averne lume nella scoperta della verità. Dopo il nuovo interrogatorio egli era rimasto ancora più esitante. Perchè mai gli accusati avevano risposto diversamente alla intimazione di rivelare la natura dei loro rapporti? La Natzichev non era stata certamente costretta a confessarsi amante del principe da prove schiaccianti; anzi aveva ella stessa quasi forzato l'altro a non contraddirla; volendo, ella poteva ancora negare come egli negava. Il solo amore della verità non l'aveva spinta; ella doveva aver pensato che questa confessione le avrebbe giovato. Parimenti non la sola delicatezza doveva aver persuaso il principe a negare la sua relazione con lei; ma anche e specialmente la paura che, dicendo la verità, glie ne sarebbe venuto nocumento. Più ripensava alle loro risposte, più il magistrato riconosceva che un interesse secreto li aveva messi per le opposte vie. Ma restava ancora insoluto il problema: erano essi due complici che volevano salvarsi, oppure due innocenti che temevano di difendersi male?

Il dubbio tornava ad occupare il Ferpierre. A certi momenti egli pensava se il dover suo non fosse di rimetterli in libertà; poi un sospetto che non sapeva bene giustificare a sè stesso, qualche cosa di ambiguo nella condotta, e più che nella condotta nell'espressione degli accusati, lo consigliava a indugiare, a cercare ancora.

Intorno al più triste sospetto, al sospetto d'un omicidio per furto, egli ebbe da Milano notizie sfavorevoli agli accusati. Dalla deposizione del ragioniere di casa d'Arda risultò che le somme di denaro, presso la contessa, dovevano essere molto superiori a quelle trovate. Ma il Ferpierre ebbe tosto prova che il furto non era stato commesso. Giulia Pico, interrogata intorno alla moralità degli altri servi ed alla possibilità che qualcuno di essi si fosse inteso con i Russi, diede risposte che esclusero ogni sospetto. Ella disse anche che la sua padrona faceva molta beneficenza, che dava e mandava molto denaro per i poveri e gl'istituti di carità di Losanna, di Nizza e di Milano: ciò fu confermato dalla baronessa di Börne e da tutti gli stranieri del Beau-Séjour: la differenza fra le somme rinvenute presso la morta e quelle che avrebbero dovuto trovarsi non si spiegava così? Una nuova e più accurata perquisizione, ai Cyclamens, escluse che vi fossero denari nascosti. L'interrogatorio e le perquisizioni nelle case dei servi diedero anch'essi risultati contrarii al sospetto. Non restava dunque se non l'ipotesi della semplice intenzione furtiva: il Ferpierre le negava fede. Egli credeva che, se c'era stato un delitto, la passione lo aveva determinato. Importava quindi accertare la natura dei rapporti dei due Russi; ma nessuna luce egli ebbe dalle testimonianze assunte a Zurigo tra i conoscenti di Zakunine e della Natzichev: i testimonii non seppero precisare se erano veramente amanti; alcuni lo sospettavano, altri l'escludevano; anche sulla loro capacità di delinquere le opinioni erano divise.

La lettera a suor Anna Brighton avrebbe svelato il mistero; ma suor Anna non si trovava. Alla Nuova Orléans, di dove erano datate le ultime sue lettere rinvenute presso la morta, non stava più; nessuno sapeva dire dove fosse andata. Il Ferpierre tuttavia sperava che un giorno o l'altro ella stessa avrebbe fatto pervenire alla giustizia il documento cercato. Tutti i giornali del mondo parlavano del dramma di Ouchy e dicevano che solo l'ultima lettera della contessa d'Arda poteva rischiararlo, confondendo i rei se non annunziava l'imminente suicidio, salvando gli innocenti se confessava l'estremo proposito; non era possibile che, alla lunga, suor Anna non avesse notizia dell'ansiosa aspettazione e non sentisse il dovere di consegnare il documento alla giustizia.

Aspettando, il Ferpierre non poteva occuparsi di altro che del dramma misterioso e dei suoi attori. Dopo aver conosciuto la vita dei due Russi egli non negava i lati buoni di quelle anime, ma la bontà restava offuscata e menomata dalla durezza, dalla violenza, dalla tenebrosa ferocia. Forse, trattati altrimenti, posti in migliori condizioni di vita, essi sarebbero divenuti migliori? Ma l'umile, il devoto, il supplice amore della contessa Fiorenza non era valso a redimere Zakunine; e pensando al martirio della infelice, il giudice bandiva ogni indulgenza, riconosceva che quel violento, come aveva voluto la mortificazione della mite creatura, così aveva potuto volerne anche la morte.

Quanto alla nihilista, la sua vita non era piena d'atrocità; anzi la durezza della sorte che la lasciava sola a vent'anni, il coraggio col quale lottava contro le difficoltà dell'esistenza, e l'ardore degli studii e l'altezza della mente deponevano in favor suo; ma il giudice non perdonava a una donna, a una fanciulla, il sanguinoso ideale della distruzione; e se pure egli si piegava a scusarlo, senza scusa le pareva il suo legame col principe. Come mai aveva ella potuto darsi in braccio a quell'uomo che non era stato mai fermo in un affetto? Disconoscere le leggi, le convenzioni, i pregiudizii sociali era, in certe condizioni dell'animo, sotto l'influenza di certi esempii, per l'efficacia di un'assidua predicazione, troppo naturale; e il Ferpierre ammetteva che la giovane parteggiasse per il libero amore; ma questo amore doveva pur essere ricambiato, doveva pur fare assegnamento sopra una sincerità, sopra una fedeltà sia pure temporanea; ma la vita di Zakunine vietava di credernelo capace. Allora il Ferpierre pensava che quei due s'erano uniti senz'alcuna gentilezza di sentimenti, per mero impulso istintivo, per sola cupidigia di piacere: da questa indegna unione il delitto aveva potuto germinare.

La confessione del loro amore, che la giovane aveva affrettata e il principe contrastata, aggravava realmente o migliorava la loro condizione? Nel pubblico le opinioni continuavano a dividersi. Se la contessa, senza amare più Zakunine, sperava ancora di potere restare con lui rispettata e protetta, il dover rinunziare a quest'ultima lusinga poteva aver colmato la misura e determinato il suicidio. Ma contro questa supposizione stava il nuovo amore di lei per il Vérod: amando anch'ella un altro, non doveva rallegrarsi della nuova affezione del principe? Ciò pareva tanto più certo, quanto che l'amicizia fra la morta e il Vérod non aveva potuto, secondo i più, restare innocente. Pochissimi credevano alla purezza del loro sentimento; il giovane doveva essere stato l'amante felice della dama italiana, senza di che quale interesse lo avrebbe spinto all'accusa? Era credibile che, amandosi, con la libertà della quale godevano entrambi, fossero rimasti a sospirarsi? Come mai il giovane si sarebbe appagato d'un affetto fraterno? E che cosa avrebbe potuto costringere la contessa a resistergli? Se una prima volta ella era passata sopra alla legge, era fatale che continuasse a dimenticarla. Poteva forse arrestarla la paura od il rispetto di Zakunine che non la curava, anzi la trascurava in ogni modo?… Queste presunzioni, passando di bocca in bocca, diventavano altrettante prove irrecusabili: che il Vérod fosse ultimamente l'amante della morta non era più dubbio. E in questa certezza, oltre che nell'antipatia contro i nihilisti, molti trovavano una prova dell'omicidio: l'amica del Vérod aveva dovuto pensare non ad uccidersi, ma al contrario a godere quanto più era possibile del nuovo amore: il principe e la Natzichev l'avevano assassinata. Ma le discussioni ricominciavano tosto, perchè se fra il Ginevrino e l'Italiana non c'era una semplice ed onesta amicizia, tanto meno semplice ed onesta si doveva credere l'amicizia dei due nihilisti: pertanto, se il principe e la studente erano amanti, nessuno dei due poteva pensare a dolersi dell'amore della contessa e del Vérod, nè a voler male all'uno od all'altra; entrambi invece se ne dovevano rallegrare, perchè questo amore li lasciava liberi di fare il piacer loro. La morte violenta di Fiorenza d'Arda, sia per suicidio, sia per assassinio, restava inesplicabile senza un dissidio, una discordia, un dramma; l'ipotesi dell'accordo delle due coppie era inammissibile dinanzi al sanguinoso cadavere.

Dell'intima lotta sostenuta dalla contessa pochi come il Ferpierre erano edotti. Sempre che imaginava lo stato di coscienza della infelice alla vigilia della catastrofe, il giudice riconosceva che ella aveva potuto e forse dovuto uccidersi. Ma, oltre che l'accusa del Vérod e i sospetti dell'opinione pubblica e il contegno degli accusati e come una specie di secreto istinto, la stessa sua coscienza di magistrato lo difendeva contro un definitivo acquetamento in questa fiducia. La sua lunga esperienza d'inquisitore gli diceva che la verisimiglianza d'una ipotesi dinanzi a un fatto oscuro non esclude altre possibilità; il suo amore del mestiere era eccitato all'idea del caso molto intricato e difficile. Ed egli non rammentava veramente di essersi trovato dinanzi a maggiori difficoltà.