Escluso l'intimo dramma svoltosi nell'animo della contessa, quale altra lotta di sentimenti da parte degli accusati poteva spiegare la catastrofe? Bisognava tornare ad ammettere senz'altro che, amando la Natzichev, o meglio avendola presa con sè per allungare la lista delle sue fortune galanti, il principe non avesse del tutto dimenticata la contessa, o che sentisse ridestarsi l'amor suo per lei nel punto stesso che la vedeva presa da un altro. La sicura possessione di un bene non genera tanta stanchezza, che il bene è presto sdegnato; e perchè torni ad essere caro non basta talvolta la sola minaccia di perderlo? Basta sovente che qualcuno apprezzi ciò che noi trascuriamo perchè, mutando a un tratto opinione, anche noi ne riconosciamo il valore. Per sostenere l'assassinio di Fiorenza d'Arda bisognava che questo mutamento fosse avvenuto nel principe; allora soltanto si poteva spiegare che egli l'avesse uccisa, sapendola del Vérod con l'anima, o che l'avesse uccisa la nihilista sapendo che Zakunine ricominciava ad amarla.
Ma se la resurrezione dell'amore del principe era necessaria a spiegare il delitto, l'assassino, data questa resurrezione, non poteva esser lui! Infatti la sua gelosia non avrebbe avuto molto fondamento poichè la contessa gli era rimasta fino all'ultim'ora fedele e per fedeltà alla parola data si era sottratta al Vérod. Si poteva supporre che la sola certezza d'aver perduto l'anima di lei e la persuasione di non poterla più recuperare lo avessero spinto al delitto? Data la violenza della sua natura ciò non pareva del tutto incredibile; bisognava tuttavia, per ammetterlo, che fra lui e la defunta vi fossero state spiegazioni, provocazioni, minaccie. Se egli l'avesse supplicata di amarlo ancora, di non abbandonarlo, e se ella gli avesse risposto di non voler più restare con lui, l'assassinio era spiegato; ma si poteva credere che, rimastagli fedele e sottomessa quando egli la maltrattava, la contessa gli si fosse ribellata vedendolo pentito e supplichevole? Dato il carattere di lei, bisognava credere che, tutt'al contrario, la resurrezione dell'amore del principe e le sue insistenti preghiere avrebbero accresciuto l'imbarazzo, acuito l'ambascia, rafforzato gli scrupoli, moltiplicato le dolorose difficoltà tra le quali ella si dibatteva!
Il Ferpierre si confermava così da una parte nei ragionamenti già fatti; ma era spinto dall'altra a considerare come molto aggravata la condizione della Natzichev. Vedendo che Zakunine non era tutto suo; che per amore, o per pietà, o per rispetto, o per interesse era ancora della contessa, la Russa poteva aver odiato quest'ultima. Tra le due donne una spiegazione era potuta intervenire, provocata senza dubbio dalla nihilista, la cui presenza ai Cyclamens poco si spiegava; benchè incapace di voler male ad alcuno, l'Italiana aveva forse ferito la giovane ribellandosi alle sue minaccie, non potendo tollerare che, dopo aver distolto il principe da lei, venisse a prenderglielo nella stessa sua casa; l'esito di questa spiegazione aveva potuto essere cruento. Ma il principe che doveva trovarsi, se non presente, certo vicino, non si era interposto, non era accorso ad impedire il delitto? E la nihilista, non essendo mai entrata nella camera della contessa, come aveva saputo trovare l'arma di lei?
Queste difficoltà non davano molta ombra al magistrato. Forze Zakunine non si era interposto non potendo supporre che il colloquio finisse in tragedia; forse l'arma della contessa non era quel giorno chiusa, o la giovane sapeva dove trovarla. Una difficoltà, tutta morale, era più grave, quella stessa sulla quale il Ferpierre erasi molte volte arrestato: se la nihilista sapeva dell'amore di Fiorenza d'Arda per il Vérod come poteva volerle male? La rivalità si spiegava se la defunta avesse posto opera a trattenere il principe presso di sè: e ciò non era. Ma forse la Natzichev non sapeva dell'amore per il Vérod: questa passione che la morta aveva soffocata, che il giovane aveva contenuta, poteva esser rimasta ignorata se nessun fatto esteriore, se nessun atto l'aveva rivelata.
Pertanto, benchè queste supposizioni non fossero confortate di prove e molte cose restassero da rischiarare, il giudice si veniva affermando nell'opinione che, negato il suicidio, il sospetto più verisimile dovesse pesare contro la donna. Il pentimento del principe e il suo ritorno presso l'antica amica, determinati o dal bisogno di denaro o da un più degno sentimento, come impedivano di credere che egli avesse voluto la morte d'una persona nuovamente cara, così spiegavano l'odio se non la gelosia della studente. Se Zakunine pareva più capace d'uccidere, era meno verosimile che la sua posizione nel partito, la febbre di propaganda e le gravi responsabilità non lo avessero distolto da un delitto che lo consegnava alla giustizia. Nella Natzichev invece, meno seriamente impegnata, la coscienza delle responsabilità era nulla o minima; il dovere politico doveva opporre in lei, donna, minore ostacolo alla passione; e se ella non aveva ancora meritato condanne per crimini, le informazioni della polizia la dicevano capace di consumarne. Questa capacità, la violenza dei suoi sentimenti, non le stavano scritte del resto nella fisonomia, negli sguardi? In tutta la sua persona, in tutte le sue parole, non c'era qualche cosa di duro, di fiero, una sfida continua, una sorda minaccia, una ribellione implacabile? Lo stesso suo contegno dinanzi al cadavere e dopo la prigionia disponeva il Ferpierre contro di lei. Mentre Zakunine era apparso perduto dal dolore, ella era rimasta fredda, impenetrabile. Aveva dapprima negato d'essere l'amante di lui, poi aveva confessato; questa e le altre contraddizioni, l'iniziativa presa nell'ultimo interrogatorio rispondendo invece del principe, rivelavano, nonostante la mentita indifferenza, l'ansia secreta di salvarsi.
A questo punto il Ferpierre si proponeva un nuovo quesito. Se ella era colpevole, come mai il principe, vedendo pesare anche sopra sè stesso l'accusa, non si scagionava rivelando la verità? Certo egli sperava salvarsi con lei avvalendosi di tutti gli argomenti che stavano per il suicidio: voleva salvarla per amore, per compassione, o piuttosto per quel sentimento di fratellanza che la fede comune doveva suscitare e alimentare. Questo medesimo sentimento, se l'omicida fosse stato il principe, non avrebbe dovuto animare la nihilista? Era da credere. Ma che cosa sarebbe avvenuto se l'innocente, chiunque fosse dei due, avesse perduto ogni speranza di salvarsi con il colpevole? Se ciascuno degli accusati si fosse visto irremissibilmente perduto, non era certo che l'innocente non avrebbe più trovato tanto eroismo da salvare il colpevole, oppure che il colpevole stesso non avrebbe più sofferto di trascinare con sè l'innocente?
In forza di tale ragionamento il Ferpierre volle tentare una prova. Egli pensò di richiamare successivamente i due accusati per dire a ciascuno che tutti i sospetti pesavano oramai sull'altro; dal loro contegno avrebbe forse potuto trarre qualche prova della verità.
Ed anche una volta ricominciò l'interrogatorio della Natzichev.
Costei occupava ancora il suo tempo leggendo e scrivendo; la sua sprezzante indifferenza non aveva ceduto ad altri lunghi giorni di prigionia.
—Sono venuto a compiere,—le disse il magistrato con tono gratulatorio,—un dovere molto piacevole. La giustizia è convinta della vostra innocenza: voi siete libera. Se avete creduto che noi godiamo nell'accusare, nel sospettare ad ogni costo, io vorrei che, uscendo di qui, vi persuadeste d'esservi ingannata. Il nostro dovere è di scoprire il vero; quantunque lo scopo sia degno sopra ogni altro, soffriamo anche noi quando, contro le apparenze fallaci, non possiamo aiutare gl'innocenti a liberarsi. Ma, ripeto, oramai la giustizia non ha più nessun conto da chiedervi. Certo il ricordo del tempo passato qui dentro non potrà esservi grato; ma forse questo soggiorno non sarà stato senza frutto per i vostri studii sociali?