Senza una parola, senza un moto di gioia, impassibile, immobile, la nihilista affisava lo sguardo sul giudice. Pareva non avesse compreso il breve sermone; il Ferpierre quasi aspettavasi di sentirsi dire: «Quando avrete finito?…»
—Certamente,—riprese egli,—sarebbe stato meglio per voi esaminare il nostro sistema carcerario liberamente; ma se abbiamo dovuto trattenervi tutti questi giorni, la colpa, convenitene, è stata un poco anche vostra. Il sentimento che vi guidò è certamente rispettabile e vi fa molto onore; ma se, per non accusare il vostro amante, ci avete voluto lasciare nel dubbio, siamo noi responsabili della prolungata vostra prigionia?
La Natzichev continuava a guardarlo fiso. All'ultima domanda, chiusi un attimo gli occhi, ella disse:
—Che volete significare?
—Non comprendete?
—No.
—Eppure non sarebbe difficile… O sperate ancora di liberarlo insieme con voi? La vostra intenzione era e sarebbe molto lodevole, se non offendesse quella verità che tanto noi abbiamo il dovere di scoprire, quanto voi dovreste avere quello di riconoscere…
—Che dite?…—interruppe la giovane, con un moto d'insofferenza.
—Io non dico nulla,—rispose il Ferpierre stringendosi nelle spalle e abbassando lo sguardo alle carte che stavano sulla tavola.—È il vostro stesso amante quello che confessa d'esser egli l'assassino!
Nell'evitare lo sguardo della giovane il magistrato obbediva a due impulsi diversi. Doleva alla sua rettitudine di servirsi della menzogna per iscoprire la verità; rare volte, e soltanto nei casi disperati come quello dinanzi al quale ora trovavasi, e sempre superando un'istintiva repugnanza egli aveva ricorso a questo mezzo. Tuttavia, se un senso di vergogna l'occupava secretamente e gli faceva torcere gli occhi, l'istinto e l'abitudine dell'indagine gli consigliavano di insistere in quell'atteggiamento affinchè l'accusata, non vedendosi più guardata, non reprimesse il vero sentimento suscitato in lei dalla rivelazione.